In che luce cadranno

In che luce cadranno
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“La musica dei morti è il contrappunto/dei passi sulla terra”. Si consideri la vita un “cantus firmus” e la morte il suo contrappunto, diverso e indipendente, eppure con tratti rassomiglianti, come a dire che i morti stanno coi vivi, in una dimensione simile, sottocoperta. I defunti sono con noi, nei gesti quotidiani, appena dietro la porta del visibile (“Si parlava dei morti. Sulla tavola/ i resti sparsi della cena – quelle/ bistecche appena cotte. Il frigorifero/ in dialogo amoroso con le stelle). “I morti tentano di consolarci/ ma il loro tentativo è incomprensibile:/ sono i lapsus/gli inciampi, l’indicibile della conversazione”: la morte non è silenzio, se lo è, è silenzio imperfetto, che si fa presenza attraverso una parola che non dovrebbe stare in quella posizione in quel discorso, ma i morti, che stanno alle nostre spalle, ci soffiano le loro parole, che sembrano cortocircuiti linguistici (e mentali prima) e che si propongono a noi in maniera autonoma, con una loro gestione del tempo e dello spazio. Hanno un rapporto dialettico con la loro dissoluzione immediata, la cremazione (“I morti – loro, l’ultima/ didascalia del mondo/ conosciuto – in colloquio/ fitto tra un buio di falò e la resina/ delle pinete a mare”). Sono morti ma non perdono la loro personalità di esseri senzienti poiché “continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive”…

Gabriele Galloni è un giovane poeta romano (classe 1995) che ha già pubblicato una prima raccolta di poesie, Slittamenti, prima di In che luce cadranno. Di questo suo lavoro colpiscono tematica e esposizione. Galloni riflette sulla morte con un punto di vista né pessimistico né pietistico o lacrimevole. Ci restituisce l’idea della morte come di un avvenimento appena un po’ più in là della vita, come se i defunti avessero una morte viva, attiva, solo in una dimensione differente. Scrive il poeta: “Giorno di Venere; i morti si sposano/ La loro casa è colma di fiori;/ sui pavimenti, sui muri, sui letti”. Ritengo sia plausibile leggere questa scena come l’incontro con la morte, il funerale come “sposalizio” al contrario, se è vero che tutta la silloge si può interpretare come una celebrazione del passaggio al “dopo” senza disperazione ma con cuore meno pesante; e si faccia attenzione, non con leggerezza o superficialità, ma con tenerezza e bella compassione. A questo proposito, trovo molto interessanti i versi “I morti scrivono/infinite missive d’amore./ Le spediscono nelle prime ore/del mattino”. Mi richiamano un’esperienza piuttosto comune che molti vivono (io sono tra quelli) durante la fase “ipnopompica” del sonno, cioè quando dal sonno si passa alla veglia: sentire una voce che chiama proprio il tuo nome, nella quale si trova un tono e una sonorità familiari. Ecco, io credo che le missive di cui parla Galloni ci vengano recapitate proprio in quel momento e che la voce richiami la nostra attenzione a prestare ascolto al nostro subitaneo pensiero, che va a quella voce, a quel mittente, e a quelle parole scritte da una mano sottile. I versi brevi, la lunghezza esigua dei testi, gli spazi bianchi sono il rimando stilistico dei corpi che si ritirano, si rimpiccioliscono, diventano aria. Particolare attenzione è posta alle chiuse, che sono a volte impreviste e sempre spiazzanti, come la buona poesia richiede. Si abbia l’accortezza di leggere le poesie di Galloni senza fretta, con un’immersione attenta e scrupolosa. Procuratevi un salvagente, se non sapete nuotare.



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