Confusione di stelle

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Il barbone ha “una barba sapiente di misteri”, la Gisella un pappagallo poliglotta, “era sciancata / ma ben pettinata invero” e “moriva di fantasia”. Ne ha per tutti Alda, “Tu che sei baldracca e ti proclami signora, / che vendi le viscere tue per pochi denari / […] tu che occhieggi, vecchia, ai giovani del nostro quartiere”; “E tu Silvio che amai oltre me stessa, / medico da strapazzo, medico condotto”; persino di Emily Dickinson dice “Le tue lunghe sottane nere, / il culto velato delle tue pettinature informi,/ indici di una vanità castigata/ oltre misura […] / tutto ciò non fa di te una grande poetessa / ma una orgogliosa cialtrona dai giochi facili / avara anche di cuore”. E soprattutto ne ha per quelli che hanno avuto da ridire sul sentimento profondo che la lega al suo Michele (ndr. Pierri, il suo secondo marito), “Quanta gente Michele ha messo la bocca / tra i nostri inguini, / gli inguini dei nostri sogni, / quanta gente infelice e cruda / […] Quanti hanno bevuto al nostro cerchio / magico dell’amore”. Quel loro amore che Manganelli definì “peninsulare”, confida Alda in un biglietto ad Oreste Macrì; (oh, quanto le piaceva quella definizione…). Scrive anche poesie per Oreste, e gli racconta di come è nato quell’amore, “Oreste, quando io conobbi lui / […] ero una donna persa in un ritardo;/ e poi che vidi scintillare le stelle / pensai che fosser dentro gli occhi suoi, mai io l’avevo viste così belle, / […] e allora presi nel mio cuor coraggio, / mi venne a visitare un primo raggio”. Talvolta è persino un po’ gelosa del critico salentino che lo incontrerà, il suo Pierri, poi gli confida le sue tristezze d’amore e anche che “per vederlo io darei il mio nome / e mille e mille e più sante corone”. A lui, a Michele, dedica invece una Cantica d’amore, “Io ti amo nelle cose semplici e pure, / in tutto ciò che è elementare e sacro, / […] e nel mio grembo sconfitto, / ti amo nella mia poesia / e nella mia umiltà mai redenta / ma soprattutto ti amo perché sei un poeta / come me e mi comprendi”. A volte poi dedica versi a Cristo, che “discese nella madreselva / portando un unguento di parole”; diverse altre ad Albertina Macrì, la moglie di Oreste, “Albertina che nome caro, / […] (Albertina fa rima con Regina)”, “Oh i poeti avrebbero detto meraviglie di te / se soltanto ti avessero saputo”; ma pure si rivolge ai critici, “voi non conoscete i voli dei nostri silenzi / […] Siate più clementi con i poeti / che odorano di sangue e di luce / e innervate le vostre parole / sull’innocenza delle loro illusioni”. E poi scrive anche per sé, Alda, e di sé e della sua poesia, per provare a dirsi agli altri “Io fui Alda Marini ma non so dirvi nulla / se non che tre elementi come nell’universo / giocarono dentro la mia parola: / l’aria, il fuoco e la terra”…

Molte sono le iniziative editoriali nate in occasione del decimo anniversario della morte della poetessa dei Navigli, come spesso viene definita Alda Marini, scomparsa il 1 novembre 2009, donna e artista fuori da ogni schema, amica di Quasimodo e Manganelli (con il quale ebbe una relazione complicata), esordiente a quindici anni grazie a Giacinto Spagnoletti che la scoprì e la pubblicò nell’Antologia della poesia italiana contemporanea fino al 1950; conobbe dolore e sofferenza come donna e come artista ma mai, mai, smise di amare incondizionatamente – la vita sopra ogni cosa – e solo nel 1989 conobbe il successo di pubblico. Da allora i suoi lettori e ammiratori sono cresciuti tantissimo di numero, fino a che la morte ha consacrato il suo talento “prezioso patrimonio che ci arricchisce”, come ha detto Sergio Mattarella, in occasione di questo decimo anniversario, rievocando la “sua acuta sensibilità e un’originale forza poetica” che le hanno fatto “conquistare un posto di rilievo nella nostra letteratura contemporanea”. Persino la critica, che con lei non è mai stata particolarmente generosa, sembra aver cambiato atteggiamento nei suoi confronti e smesso di considerare la malattia – indubbiamente stigma indelebile e elemento determinante nella sua vita e quindi nella sua poetica – il motivo e il limite, ad un tempo, del suo clamoroso successo anche tra i meno avvezzi alla poesia. Alda Merini parlava di sé, della sua vita, del suo bisogno di essere amata (“di fiori detti pensieri, di rose dette presenze”), della malattia mentale, dei suoi sentimenti, senza filtri e con una semplicità persino disarmante, così da arrivare direttamente al cuore di chi la legge, ed è questo, con tutta probabilità, il vero segreto del suo successo anche tra i più giovani. In anticipo sulle uscite che si sono concentrate in prossimità della ricorrenza, Einaudi è uscita con una antologia di inediti postumi a cura di Riccardo Redivo e Ornella Spagnulo. Nella Introduzione della raccolta, i curatori ricordano che “esistono molti inediti meriniani, anche perché durante le degenze in manicomio, almeno dal 1970, le fu consigliato di ritornare alla scrittura, sospesa o fortemente limitata a causa delle crisi”. Per motivi terapeutici, invece, il suo medico la incoraggiò a scrivere e la sua poesia cambiò e si fece più comunicativa. Nello specifico, però, le circa settanta poesie (1982 – 85), con l’aggiunta di quattro prose e quattro autointerviste, fanno parte del carteggio pluridecennale intercorso tra la poetessa e il critico Oreste Macrì e risalgono quindi agli anni ’80, periodo per lei di particolare ispirazione creativa. Tale carteggio è conservato nel fondo omonimo presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze, dove Ornella Spagnulo si è imbattuta in “ben tre faldoni pieni zeppi di lettere, poesie, santini, fotografie e articoli di giornale”, durante le ricerche per arricchire la tesi nel corso del suo primo anno di dottorato di ricerca in Italianistica. Decisamente una “vera miniera di documenti di inestimabile valore per i lettori di Alda Merini”. Questa antologia comprende poesie di stile invettivo o polemico nel quale l’autrice non limita il linguaggio al limite del turpiloquio, ma ci sono anche versi di sapore stilnovista; non mancano liriche che riprendono temi a lei cari, come la malattia mentale e l’amore erotico; molte poesie omaggio sono invece dedicate a singole persone, generiche come il chierico il barbone il cornuto, o specifiche, oltre a Oreste Macrì naturalmente, la moglie del critico Albertina, il suo primo marito Ettore Carniti, il figlio del suo secondo marito, Pucci, o anche amiche scrittrici. Ma un congruo numero di versi è dedicato ancora al sentimento – definito da Giorgio Manganelli “Un amore peninsulare”, perché vissuto tra Milano e Taranto – che legò Alda Merini a Michele Pierri, medico e poeta tarantino, di molti anni più anziano di lei, un amore nato dopo una lunga relazione telefonica e fatto di una “forte intesa spirituale, culturale e di ammirazione reciproca”, che per entrambi si tradusse anche in una felice stagione poetica. Ci si domanda se la pubblicazione di alcune liriche di valore più modesto (come capita in questa silloge) possano aggiungere qualcosa di importante alla figura artistica della poetessa. La risposta è incerta, e tuttavia chi conosce Alda Merini attraverso la sua florida produzione non dovrebbe farsi sfuggire nemmeno questi versi che sono stati esclusi dalle sue pubblicazioni quando era in vita. Dove ancora sono nascosti frammenti di bellezza, magari tra altri brandelli più opachi, dove ancora Alda racconta delle sue fragilità, delle sue ferite dalle quali continuano a nascere le sue “farfalle libere”: “Allora perdo la misura del mio incombente equilibrio / […] e da questa confusione di stelle / nasce la parola amore”.



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