Cronache dalla macchia

Cronache dalla macchia

Giunto alla soglia dei bruniti colori autunnali, lo stile che nasce da un misurato equilibrio tra meditazione e osservazione spinge l’arguzia gentile del poeta a raccontarsi, introducendosi in un ambito dove un’inedita vena poetica lo porta a riconoscere nell’isolamento della natura un elemento primordiale ed essenziale, capace di rinnovare in lui l’antico stupore, l’emozione di poter ancora guardare al cuore delle cose senza artifici. Nella metafisica del quotidiano, che è poi anche un elenco di idiosincrasie, sono centrali le dimensioni dello spazio e del tempo, il loro continuo, ritmico contrarsi e dilatarsi. Il costante avvicendamento di luce e ombra, di giorno e notte, di alba e tramonto vissute nel folto della macchia diviene chiave privilegiata per lasciar vagabondare i propri sensi nell’ebbrezza dell’immersione in una nuova dimensione di osservazione al mondo dello spirito, alla ricerca di una verità sempre invocata nell’angustia della lacerazione, sempre ricercata tra gli antri angosciati dell’incomprensione: “Entrare nella macchia e non uscirne più./ Accade s’avveri: dormire in mezzo al fogliame,/ colloquiare coi ricci, fuggire i passi uditi a / notte al confine: troppo oltre il pudore/ d’una vita vissuta via dallo sciame”…

Espatriati dalla terra ma non ancora rimpatriati nel cielo, I temi dei componimenti raccolti in Cronache dalla macchia trovano nella parola un approdo purgatoriale che nelle sorgenti montuose si nutre della speranza di una palingenesi purificatrice e negli antri selvatici pulsa di una rinnovata necessità di sanare l’inquietudine che sgorga dall’incommensurabilità del reale. Una magica alchimia irrisolta di ingredienti mistici e filosofici animano un sentimento di umana ricerca, legata al dato fattuale e concreto non meno che a quello lacerante del dubbio e del tormento che corrode ogni eventuale tentazione dogmatica. La novità e il vigore della poetica di Emidio Montini risiedono nella volontà di non cedere mai ai languori dell’abbandono, ma di utilizzare la dimensione comunicativa come la sola interrogazione possibile sul significato autentico del mondo. Come una spaccatura profonda, una riapertura degli abissi dell’immaginazione da cui trapelano ricerche di senso in versi sciolti e prosastici. Qui sta la tensione ferma e lapidaria dell’autore bresciano, la bellezza disincantata di una poesia che ha il coraggio di liberarsi della zavorra delle certezze senza virtuosismi, con l’onesta consapevolezza che i suoi sono versi in libera uscita non incideranno sulla realtà.



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