De rerum natura

De rerum natura - La natura delle cose

Apprestandosi a un’impresa poetica e filosofica da far tremare i polsi, conviene per prima cosa affidare il proprio lavoro alla “Aeneadum Genetrix”, la dea madre di Enea e progenitrice dei Romani (“(…) gioia degli uomini e degli dèi, alma Venere, che sotto gli astri in tacita corsa per il cielo désti la vita nel mare sparso di navi, nelle terre fertili di grano”). Confortati dalla celeste intercessione, si può quindi esporre il tema del poema: “Della suprema norma del cielo e degli dèi prenderò a parlarti, e ti svelerò i princìpi delle cose, dai quali la natura tutto crea, accresce e alimenta, e in cui la natura di nuovo risolve le cose dopo averle distrutte”. Un sapere prezioso, però ancora poco diffuso per colpa della somma superstizione, la religione, e di quanti la sfruttano per opprimere gli uomini e frenare la loro conquista della consapevolezza. “(…) Un uomo greco per primo osò alzare contro di lei gli occhi mortali e primo le si drizzò contro: non lo trattennero le favole sugli dèi né i fulmini né col minaccioso murmure il cielo, ma più ancora affilarono l’acuta energia del suo animo, sì che volle per primo spezzare le chiuse sbarre delle porte della natura”. Questo titano della conoscenza è Epicuro, che abbandona la strada della mera speculazione metafisica, perché “questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre devono dissiparle non i raggi del sole né i fulgidi dardi del giorno, ma la contemplazione e la scienza della natura”. Sulle orme di Epicuro, dunque, si cominci a trattare l’argomento del poema. Nessuna cosa nasce dal nulla, perché “se dal nulla si compisse la creazione, da tutte le cose potrebbe nascere ogni specie: niente avrebbe bisogno di seme” e soprattutto “non può da tutto nascere tutto, perché in ogni cosa determinata c’è una facoltà distinta”, tale che “tutti i corpi crescono a poco a poco, com’è naturale a ciò che nasce da un seme certo, e crescendo conservano i caratteri della specie”. Nessuna cosa finisce nel nulla, perché quando un uomo, un animale o una pianta muore “la natura di nuovo risolve ogni corpo nei suoi elementi, ma non disfà le cose nel nulla”: “nessuna cosa dunque ritorna al nulla, ma tutte per dissoluzione ritornano ai princìpi della materia”. Ma questo è solo l’inizio…

Il De rerum natura di Tito Lucrezio Caro è un’opera rivoluzionaria per la sua epoca e di strabiliante modernità ancora oggi. Manifesto scientista stilato prima che esistesse una vera e propria scienza, invettiva antireligiosa scritta quando la religione era una certezza inamovibile, è in buona sostanza un pamphlet di divulgazione scientifica (nello specifico della dottrina epicurea) scritto in versi (sebbene Epicuro disprezzasse la poesia!) scintillanti ma ciononostante – o chissà, forse proprio per questo – assolutamente chiaro nell’enunciazione. Tra le righe si incontrano o intravedono concetti quali la struttura atomica, l’evoluzione, il codice genetico: idee travolgenti per gli uomini di millenni fa (e anche oggi), usate per giunta come la bandiera di una insurrezione delle idee, la fiaccola di un Prometeo donata al genere umano per illuminare il futuro. Eppure tanta eretica bellezza è stata a lungo sepolta dalle sabbie del tempo, ed è riaffiorata – ironia della sorte – solo grazie a un Papa, per giunta dedito a svariate attività criminali: il primo Giovanni XXIII (eh già, Roncalli fu il secondo Papa a scegliere questo nome, tornato “libero” solo nel 1947), al secolo Baldassarre Cossa, eletto nel 1410 malgrado la fosca reputazione di parente di pirati ma deposto nel 1415 per motivi politici. Cossa era senza dubbio un laido e disonesto faccendiere, ma di certo sapeva scegliere i suoi collaboratori: come suo segretario personale volle Poggio Bracciolini, umanista di prim’ordine, che per passione batteva i monasteri europei alla caccia di codici miniati e manoscritti antichi. E nel 1417, nell'abbazia di Fulda, Bracciolini trovò appunto una copia del De rerum natura, un’opera allora quasi leggendaria, circondata da un alone di mistero, una sorta di libro maledetto del quale molti autori avevano parlato ma che era ritenuto perduto (solo alla fine del 1600 se ne trovarono altre due copie, entrambe nella collezione di Isaac Voss, uno studioso olandese). Non meno oscuro era – e purtroppo in buona parte è – il profilo dell’autore di quel meraviglioso poema di 7.400 versi in esametri: chi è stato Tito Lucrezio Caro? Le uniche notizie che aveva Bracciolini (e che abbiamo noi) derivano da un acido accenno fatto alla fine del IV secolo d.C. – cioè quasi 500 anni dopo la morte del poeta latino – da San Girolamo: “dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto negli intervalli della follia alcuni libri, che Cicerone emendò, si suicidò all'età di 44 anni”. Gli studiosi oggi ritengono quasi unanimemente che si tratti di una notizia falsa diffusa volutamente per danneggiare un nemico della Chiesa. La dottrina epicurea infatti era ritenuta giustamente incompatibile con quella cattolica, sebbene concepita molto prima della nascita di Cristo. E la riscoperta di Bracciolini aveva portato di nuovo sotto i riflettori quell’opera molesta, che venne messa al bando ma divenne un mito per innumerevoli intellettuali e artisti, ed è ai giorni nostri ritenuta un caposaldo della cultura occidentale. La versione UTET del poema di Lucrezio è quella tradotta da Armando Fellin nel 1963 sull’edizione oxoniense del Bailey (1947) e curata bibliograficamente da Adelmo Barigazzi nel 1976. Fellin spiega di aver cercato di non “cedere alla tentazione di parafrasare per chiarire” né di stilare “una versione troppo disinvoltamente moderna, meno opportuna che mai nei confronti di un poeta che si studiò di conservare la patina arcaica dell’epica tradizionale romana”.



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