Desiderio di cose leggere

Desiderio di cose leggere
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Che mondo ti abita se a diciassette anni “invece del compito che il lunedì dovrei portare / rimaner qui a farneticare / a dondolarmi sull’altalena del passato / idiotamente con torpore assonnato” è tutto quello che riesci a fare? Sembra di vederla, Antonia, con il suo quadernetto, “Rabbiosa e scema esasperazione / delle mie unghie rosicchiate / e queste parole dannate / che graffiano la carta con furiosa ostinazione”. Eppure ci sono giorni in cui le basta starsene alla finestra “a riguardare il cielo: / non c’era nessun velo / di nebbia, ma decisa tela grigiolina” per intuire che può ritrovarsi “con calma / strascicata / dall’altra parte, immediatamente, / in un azzurro fresco, veemente”, “palpeggiandomi guardinga e gelosa / l’anima rugiadosa”, oppure a osservare semplicemente il sole, che “ chino sul grembo della montagna / con tensione / grifagna / sembrava un occhio stupefatto d’arancione”. Accanto, le amiche più care, quelle che possono posarle la testa sulla spalla per ricevere una carezza: “su ogni fronte / che dolga di tormento e di stanchezza / scendono queste mie carezze cieche, / come foglie ingiallite d’autunno / in una pozza che riflette il cielo”; spesso è lei, L.B., “dolce sorella / nel nome del mio amore e della tua tristezza, / a te, / ala bianca / della mia esistenza”. Eppure, tra carezze amiche e amori vagheggiati, resta una solitudine infinita, “tu cerchi invano chi possa / in quest’ora per un tuo voto giungere / presso il tuo cuore / inaccessibile”. Costante, per la giovane Antonia, “un’aspra nostalgia da innamorata”, dell’amore, dell’amicizia, della montagna, dei laghi e della natura tutta. Ma ostinato anche un bisogno, una mancanza che non trova neppure parole per sostanziarsi; forse soltanto una preghiera – a un amico, a un amore, alla vita – “Accettami così, ti prego. Prendimi / così come ora sono. Non mi chiedere / di più. Sei forte: sii pietoso. Tendimi / la tua mano tenace; fammi credere / alla vita”. Antonia, per tutta la sua (breve) vita, “Desiderio di cose leggere / nel cuore che pesa / come pietra / dentro una barca”…

Come ben sottolineato nella nota finale di questa bella edizione delle liriche di Antonia Pozzi a cura di Elisabetta Vergani, lei “senza aver mai pubblicato una sola poesia, è ormai unanimemente riconosciuta come una delle voci più alte della poesia italiana del Novecento”. Suicida a soli ventisei anni, è autrice di oltre trecento composizioni ma soltanto nel dopoguerra, e grazie all’attenzione di Eugenio Montale (ma non solo), le sue poesie – “arcane e sommesse, luminose e fosforescenti” le definisce Eugenio Borgna nelle prefazione – hanno cominciato ad essere conosciute a assai apprezzate. Suoi anche diversi album di fotografie – la fotografia è stata una delle sue passioni – che mostrano la sua capacità di catturare ed esprimere la poesia della natura pure attraverso uno scatto, oltre che attraverso le parole. Ancora nella prefazione leggiamo che Montale ha detto di lei: “Animo di eccezionale purezza e sensibilità, che non poté reggere al peso della vita, Antonia Pozzi richiede una lettura che faccia vivere in noi gli sviluppi ch’essa conteneva e non espresse che in parte”, “voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina”. Le poesie scelte abbracciano un arco di tempo che va dall’adolescenza alla giovinezza e sembrano accompagnare questa crescita; ecco allora che le amicizie, i paesaggi, le stelle, il sole occupano uno spazio sempre più ampio, poi l’amore e i ricordi diventano nuova materia di canto. Eppure questi motivi ritornano in maniera trasversale nel corso del tempo, e tutti sempre innervati dal gioioso desiderio di vivere che si scontra con la difficoltà di comprendere e farsi comprendere dal mondo, e dai “turbamenti dell’animo” e dall’ “indocile” malinconia” – così ancora Borgna – che la accompagnano in tutte le fasi della sua breve esistenza, senza che “la vertiginosa profondità dei suoi affetti” fosse nemmeno intuita da chi la circondava. È proprio questo sentire malinconico, pure proiettato verso una aspirazione alla libertà e all’emancipazione, che rende la poesia di Antonia Pozzi straordinariamente moderna e quindi assai apprezzata. Anche per questo, negli ultimi tempi la sua figura complessa e tormentata è stata oggetto di studi e riscoperta fino ad essere annoverata, come si diceva, tra i grandi poeti italiani del ‘900. In occasione degli ottant’anni dalla sua morte – avvenuta nella sua casa milanese di via Mascheroni il 3 dicembre 1938 -, Elisabetta Vergani, attrice e drammaturga, cura questo nuovo volume della collana di poesia dedicata da Salani ai lettori più giovani. Vergani è promotrice del Comitato Scientifico e Organizzativo del Progetto “Sulle tracce di Antonia Pozzi. Il percorso poetico di un territorio” e dal 2012 porta in scena, come autrice e interprete, lo spettacolo “L’infinita speranza di un ritorno – vita e poesia di Antonia Pozzi”, per la regia di Maurizio Schmidt. In questa antologia la giovane poetessa appare come era, ipersensibile, forte, intelligente, innamorata della vita e della natura, spesso in balìa dell’angosciosa malinconia e del bisogno d’amore, “anima palpitante, ridente, nostalgica e appassionata”, come si definì lei stessa e, nonostante il volume sia decisamente apprezzabile per chiunque conosca o voglia conoscere la sua poesia, è vero che anche i più giovani possono avvicinarsi e anche scoprire affinità con lei che ebbe a scrivere “È terribile essere una donna e avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi”. Antonia, strano connubio di leggerezza e profondità, che amava così tanto le parole; nessuno lesse tra le righe quando, in quella lettera a Vittorio Sereni, poco prima di morire scrisse “Forse l’età delle parole è finita per sempre”.



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