I canti dell’interregno

I canti dell’interregno
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È una poesia di impegno civile quella di Pina Piccolo, che ha atteso un quarantennio prima di pubblicare la raccolta di liriche dedicate al nostro tempo, visto come era di transizione e di incertezza in cui l’autrice constata il crollo delle ideologie che si frantumano come le mura di Gerico, mentre si realizza “un rifugiarsi leggero di piume/ di angeli spelacchiati/in fuga dal turbinio/ dell’umano interregno”, definito apertamente interstizio infame” evocato dal cervello del ‘sardo rosso’ ovvero di Antonio Gramsci, “a lungo imprigionato tra le mura/ scomoda figura”. Così vengono evocati i problemi ecologici nel Canto del caos in cui “la fame divora i muscoli del bimbo/ mentre dalla corda di Monsanto pende il corpo del padre contadino/ e la traiettoria del proiettile denso di metalli esplosivi e inerti incontra il danno collaterale/ a migliaia ed esterrefatta in esso/ si annida e scoppia e ride la iena”. L’acme del dramma contemporaneo viene tuttavia rappresentato nei versi evocatori delle vicende legate all’immigrazione. In Sangue e Avorio l’autrice intesse un dialogo con i migranti sfruttati per la raccolta delle arance in una baraccopoli definita tricolore d’Africa dove il verde delle foglie si mischia all’arancione dei mandarini e al nero della mano che li coglie. Ma è anche il potere del capitalismo che viene dileggiato nei versi che descrivono in Una storia europea: genesi del sorriso sardonico di Guy Fawkes, in cui L’Europa appare decrepita e “inglobata senza requie alla catena del soldo e dell’arme/ mesta si aggira nei corridoi del dolore/ cercando di imporre novello basto/ alla puledra lanciata verso il sole”...

La poesia di Pina Piccolo non è né elegiaca né intimista, è un canto ruvido ed audace che tende a scuotere le coscienze, e di tale forza, l’autrice che è una fine intellettuale e vive tra l’Italia e gli Stati Uniti, né è ben consapevole. Al pari delle voci di autori di tutto il mondo che pazientemente raccoglie quale direttore della rivista on line “La macchina sognante” al fine di comprovare che la realtà culturale contemporanea è intessuta di contaminazioni, I Canti dell’interregno riflettono un coro di voci interiori che l’autrice ha alimentato nel corso di un’esperienza umana trascorsa tra l’Italia, la California e i molteplici luoghi di transito, nei quali, anche solo in senso intellettuale, s’è lungamente intrattenuta. E tuttavia, nel lancinante bisogno di comunicare emerge, a mò di filo conduttore, l’aspra critica, quasi unidirezionale, nei riguardi del capitalismo e del consumismo laddove, nel carattere e nelle modalità espressive della poetessa compare spesso un’eco di classicità derivante, oltre che dallo studio e dall’insegnamento presso l’università di Berkeley, dall’aver vissuto sino all’adolescenza nel meridione d’Italia, e dunque in un territorio intriso di testimonianze di antiche popolazioni che sbarcavano lungo le coste e via via colonizzavano i residenti. Così l’italo-americana Pina Piccolo, pone senza timore reverenziale le dee Persefone e Demetra accanto a Guy Fawkes e a Colapesce mentre Miriam Makeba appare, durante l’ultimo concerto a Castel Volturno in memoria degli immigrati uccisi dalla malavita, con in mano un prisma dono di una Grande Madre.



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