Il ballo all'Opera

Inutile ricercare indicazioni o riporre fiducia sulle ambigue dolcezze del futuro. Il quadro astrologico non è più una rassicurante sommatoria di segni zodiacali, ma un luogo imprevedibile abitato da dodici scimmie, i cui influssi disegnano uno scenario terrestre privo di una logica apparente. Sotto il velo scintillante delle convenzioni sociali, del gioco frivolo, se non cinico, la società polacca scivola con non curante indifferenza verso una deriva fascista. L’autore dà libero sfogo al proprio risentimento, dinanzi al corpo morente di una società avvinta nel vortice di un’euforia tentata ma effimera. Osserva la vita mescolarsi di riso e di tragica serietà, andando incontro all’epilogo dell’occupazione nazista...
Finalmente tradotti anche nel nostro Paese, questi versi contribuiscono a mettere in luce diversi aspetti di Julian Tuwim, poeta polacco ricordato per molto tempo solo come rappresentante del gruppo Skamander dei primi del Novecento, ma riscoperto da pochi decenni come l’autore di quello che è ormai considerato un classico della letteratura polacca: il poema in versi Il ballo all’Opera. Un testo adatto a far conoscere un poeta non facile al pubblico nostrano. E’ un testo attraversato da una tensione costante, che celebra l’urgenza della scrittura come strappo da una realtà inaccettabile e rifugio in un altro contenitore: quello della parola. La sua poesia, sovraeccitata e tutta lapilli, fosforescente di onomatopee e di termini gergali, diviene l’espressione ritmata del suo disprezzo, di una sensazione che oscilla tra amarezza e ruvido disincanto. Una personale e sgomenta meditazione che una cornice fatta di versi crudi e febbrili rende, se possibile, ancora più corrusca. Precipitando il lettore lungo la china interrotta di una conclusione che possiamo solo immaginare catastrofica.

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