La linea del cielo

Una riflessione in età adulta, uno sguardo all’indietro; al bambino, all’adolescente, al giovane (“Come la scheggia quella vera/ Del vetro nel mio polso/ di bambino”), (“Che si erano sposati lo appresi nell’ora di/ epica”), (“E una bambina si faceva toccare lì”). Il poeta che mai è disgiunto dal suo territorio/paesaggio (“Richiama insieme il movimento e/ l’immobilità/ Ul sass de Preja Buia in quel di Sesto/ Sulla sponda orientale del Ticino”), (“Il Po intanto infrangeva/ Di Gulliver mira e lineamenti/ Con la testa alla Zamboni/ E il corpo a ipotenusa sul Ticino”), che ricorda i personaggi tipici del paese (“Silvano il pasticciere sedicenne/ E Guido diciottenne tornitore”). Tutta una vita che viene traslata in versi, ricapitolando esperienze, amicizie, incontri, maestri e letture. In questa forbice così ampia, troviamo citazioni da e per Keats (“Nudi guerrieri con perline e specchi/ In piazza Belle Dame Sans Merci”), un riferimento a Emily Dickinson (“Prima di fingere di dormire/ Me ne uscii con un paio dei tuoi biblici/ E a loro modo ultimativi/ obliqui congiuntivi”): qui è il poeta traduttore di poeti che ne omaggia il ricordo e l’opera; poi, il poeta studioso accademico che verseggia di Leopardi (“Di Leopardi suddito dello stato pontificio/ Liberale clandestino in ideologico/ isolamento/ - Il ridicolo e il grottesco delle Operette/ Per eccellenza armi illuministiche/ Contro antropocentriche metafisiche –”) ; in successione poesie per Montale, Zanzotto, Pagliarani, Flaiano, Segre. C’è spazio e modo anche per occuparsi del proprio Io empirico: “Il 17 maggio 1990 avevo quarantadue anni/ Quando nella nazione più avanzata del mondo/ S’incominciò a poter dire e scrivere/ Che non ero né ammalato né pazzo”...

Poesia colta quella di Franco Buffoni? Non v’è dubbio. Ma poesia sapienziale, che ci vuole educare al sapere per fuggire dall’oscurantismo globale e dall’ignoranza. Buffoni (nato a Gallarate nel 1948, poeta, scrittore, traduttore e accademico, direttore della rivista sulla traduzione poetica “Testo a fronte”) scrive con un sistema binario; le sue poesie contengono sempre una dualità, che discende dal suo concetto antropologico per il quale l’uomo è figlio della Storia (è Storia) e per questo è anche figlio di tutte le storie. Esempio eclatante, per sintomaticità e bellezza, è la poesia Stelle gialle e triangoli rosa nei versi “…il ventisette di gennaio/ Giurarono i sopravvissuti ai loro figli:/ La prossima volta che verranno a/ prenderci/ Non ci troveranno inermi./ Che cosa sono i “Pride”, infine,/ Se non il grido modulato di una comunità/ Che desidera far sapere al mondo:/ La prossima volta che verrete a prenderci,/ Non ci troverete inermi?”. Viene posta un’equazione, come già il titolo esplica, tra la coincidente persecuzione degli ebrei e quella degli omosessuali, questi ultimi ancora sottoposti a dileggio e discriminazione : e qui la Storia non solo di sdoppia ma due epoche diverse si stringono la mano. Inoltre, il testo (che ricorda una famosa poesia di Brecht), è ricco di altri topoi buffoniani : le minoranze, l’omosessualità, la contemporaneità della storia. Sopra parlavo di Io (empirico, nella fattispecie). Buffoni è molto chiaro sul concetto di Io lirico, tema molto dibattuto da tempo. In due diverse interviste afferma “Nella mia concezione, per comporre buona poesia non serve una dogmatica prescrizione di assenza o presenza dell’Io lirico: sarebbe troppo facile!”; e ancora “Il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica. Una poetica non è qualcosa che ti costruisci abolendo l’io”. Per dare concretezza a questo pensiero, basta leggere la raccolta Il profilo del Rosa (2000) o la più recente Jucci (2014). Questa sua ultima opera invece, molto cospicua e composita (due Parti, diverse sezioni per ognuna) oscilla tra la distanza dal “narrato”, diremo distacco illuministico e l’Io lirico. E l’oscillazione si mantiene anche nelle tematiche: la memoria della Lombardia (il Ticino), la sua nascita e la sua crescita umana e la permanenza a Roma, maturità umana e poetica; poesia sapienziale (come si diceva in apertura) e poesia “in re”, attaccata ai fatti e alle cose nella loro realtà (non sembra sbagliato sentire l’eco di María Zambrano in questo essere dentro le cose). Una poetica proteiforme, con uno spirito didascalico al limite del titanismo. Un’opera ampia e riassuntiva, che lascia segni.



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