La vestaglia del padre

La vestaglia del padre

Vivere sulla propria pelle l’urto del distacco dopo che le Parche hanno reclamato la loro parte sottraendo al poeta l’amata figura del padre: “Non so dove sei o finirai, / in quale ruota del tempo invisibile / cammini con la giacca slacciata / come a trent’anni sul porticciolo”. Restare in preda al vuoto incolmabile dell’assenza: “Non sento più nulla al cimitero, neanche il freddo, / sparito con te in un rettangolo di cemento / che abiterai come la camera da letto. / Una voragine si apre dentro l’aria / per i pianti degli altri / che vanno, vengono e ti fissano”. L’elaborazione di un lutto induce la mente a battere i sentieri del vissuto, appoggiandosi ora alla malinconia dei ricordi più intimi: “Eri un geometra che mirava la sfera del cupolone / e che incendiava gli occhi telefonando a casa / dalle cabine con i gettoni di bronzo / appena scendeva la luce sulle vetrine dei tabaccai”. Ora al tentativo di ridisegnare la figura paterna attraverso la ricomposizione delle tessere disperse dal fitto groviglio del tempo: “Ti piacevano i muraglioni solcati del lungo Tevere, / guardare le ragazze brune in bicicletta sull’argine / e i battelli bianchi dileguare la corrente / nella trama del fiume giallastro che nascondeva la sua ansa”. Declinare il tema dell’addio con mesto incedere, racchiudendo nello stesso universo il desiderio di rimembrare e quello di custodire il sapore e le ragioni ultime di un legame di intima saldatura emotiva, di nutritiva condivisione: “Ora siamo qui a scavare episodi su episodi / con i nostri sorrisi interiori / di stagioni lontane sul ciglio dell’estate del 1976, / con sempre meno zii e più fotografie nei portafogli”…

La vestaglia del padre è una raccolta di poesie che Alessandro Moscè, poeta e narratore, giornalista e saggista, concepisce nella tragica circostanza della morte del padre. Il libro rivela già dal titolo un senso riconoscibile, come qualcosa che segretamente ci appartiene, perché già da noi in qualche modo pensato e sofferto, perché il tema della scomparsa ci assilla da sempre. L’autore fabrianese lo affronta in maniera concreta, con uno sguardo che trattiene dignitosamente il dolore e lo restituisce in un verseggiare che nulla concede alla pietà o al giudizio. I suoi versi non contengono alcun fondo di disperazione da toccare, ma pregnanza d’intonazione, compostezza pacata e quasi imbarazzante nella modulazione della voce, non disgiunta tuttavia dal tributo alla figura paterna. Le pagine più suggestive del testo sono quelle in cui gli Impulsi emotivi del poeta spingono il pensiero a lasciarsi raccontare dalle più intime sensazioni, a ricostruire il rapporto intimo di profonda condivisione con il padre sullo sfondo di un microcosmo famigliare che è nido e rifugio, dimensione domestica di un vissuto intensamente condiviso che tocca le corde dell’animo umano. Pagina dopo pagina, verso dopo verso prende consistenza dinanzi agli occhi del lettore una sorta di diario poetico, nel quale con intensa e suggestiva intonazione lirica l’autore ci consegna in memoria il suo vissuto con il padre che è il solo modo per vincere l’angoscia e il dolore del distacco.



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