Le occasioni

Le occasioni

La petraia degli Ossi di seppia, presa a simbolo di tutta la natura che ci opprime nel suo continuo disfacimento, cede il posto al vasto paesaggio, anch’esso madido e ribollente della vita intima: “Il sogno è questo: un vasto, / interminabile giorno che rifonde / tra gli argini, quasi immobile, il suo bagliore / e ad ogni svolta il buon lavoro dell’uomo, / il domani velato che non fa orrore”. Affiorano ora incontri e tappe del proprio vissuto personale, rivelazioni di figure emblematiche e di paesaggi abissali, di animali e di oggetti salvifici. Ma sono solo amare consolazioni che la memoria tenta vanamente di sdipanare dall’intricata matassa dei ricordi perduti; “Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: / (…) Altro tempo frastorna / la tua memoria; un filo s’addipana. // (…) Ne tengo un capo; ma tu resti sola / né qui respiri nell’oscurità”. Memorie di delusioni malinconiche che tornano di continuo a intorpidire la mente: “E mi chiesi se questo che mi chiude / ogni senso di te, schermo d’immagini, / ha i segni della morte o dal passato / è in esso, ma distorto e fatto labile, / un tuo barbaglio”. Emergono “le occasioni”, qualche rara occasione che come un amuleto consenta ancora di vivere: “Non so come tu resisti / in questo lago / d’indifferenza che è il tuo cuore: forse / ti salva un amuleto che tu tieni / vicino alla matita delle labbra”…

Seconda raccolta poetica composta nel 1939 dopo Ossi di seppia, Le occasioni amplia e approfondisce motivi e ricerca espressiva di Eugenio Montale. Li amplia, in quanto nei testi della nuova antologia l’osservazione del poeta ligure passa dal mondo delle cose a quello della memoria. Li approfondisce, poiché la sua lucida e ferma constatazione del male di vivere si accresce di ulteriori motivazioni. Al centro della poetica montaliana resta la visione di un mondo incoerente, un ammasso di oggetti estranei all’uomo quando non addirittura ostili, come pure la coscienza della propria solitudine e del proprio destino umano. I versi preservano ancora l’elegia degli scadimenti ma con arte ben più accresciuta. Compaiono i “mottetti”, estremo disseccamento del linguaggio poetico in una serie di notazioni, quasi una sequenza, per motivare quello scoccare fulmineo degli ultimi versi in una scintilla amara. Le liriche, invece, si dilatano nel loro drammatico svilupparsi in un recitativo intenso che è testimonianza di un lavoro che diventa ancor più sofferto e di maggiore impegno. In una melodia prolungata ma senza fasto, impoverita invece fino all’estremo in un parlare basso, quasi prosastico fatto di versi dimessi ma di una sostanza eletta. Mai più l’elegia di Montale si esprimerà nelle sue future opere in maniera più piana e più impersonale, con la disadorna bellezza di una forza testamentaria. Per queste ragioni Le occasioni sono il libro in cui più di ogni altro la sua voce poetica raggiunge le vette più elevate del suo percorso artistico.



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