Migrazioni

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In un’intensa raccolta di testi poetici, la condizione di pellegrinaggio e di esilio dell’autrice superano la vicenda strettamente biografica, caricandosi di richiami, risonanze e significati che trascendono il dato personale fino a congiungersi con quello universale. “Il naufragio eminente dell’appartenenza” e “il taglio mortale della radice“. Tale evocazione di rimandi incrociati rafforza il linguaggio poetico, lo rende capace di dire l’indicibile orrore: “La paura della bocca,/ il pidocchio che si attacca/ alla pelle dell’agguato/ al lamento sostenuto della povertà,/ che il disprezzo non vede.” Che si fugga dalle persecuzioni di un regime dittatoriale, dal morso logorante della fame o si intraprenda un lungo viaggio verso gli orizzonti sconosciuti di un imprecisato lembo insulare di benessere e di pace, il dramma della migrazione viene rappresentato dal poeta con pathos profondo e solidale: “Sfumature del viaggio senza ritorno./ Calette e porti dove si spera attraccheranno/ se la mano divina del complotto/ non li raggiunge.” E se i sogni hanno bisogno di migrare per sopravvivere alla violenza, anche gli uomini, che portano dentro di sé le speranze più grandi, hanno diritto a muoversi…

Assai opportunamente l’editore Ugo Guanda prosegue nella sistematica pubblicazione in Italia delle raccolte poetiche di Carmen Yáñez. Nata a Santiago del Cile nel 1975, per sfuggire alle persecuzioni della polizia politica di Pinochet, fu costretta a vivere in clandestinità fino al 1981. Anno in cui, sotto la protezione dell’ONU, ebbe la possibilità di riparare in esilio in Svezia dove finalmente le sue poesie poterono essere editate. Declinati in una lingua scabra e precisa da tragedia antica, con allegorica figuratività, i testi contenuti nel presente libro rivelano un palpito umano commovente che, per il tramite della sua esperienza, ci conduce in quel lacerante fenomeno che è lo sradicamento forzato dalla propria patria. Incarnando la figura del poeta testimone, la Yáñez ci parla di fatto di tutti coloro che sono finiti per contingenze storiche nella pesante macina delle fughe e delle migrazioni, delle espulsioni e della clandestinità, dell’abbandono e della ricerca di una terra. Una condizione declinata con versi intrisi di una pietas intensa, con il tono severo e insieme disarmato di chi portava appollaiata sulla spalla una dolorosa vicenda personale che attendeva di congiungersi in volo con stormi di molte altre per dare ancora più consistenza alla sua voce.



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