Opere

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Arthur ha nove anni. Sogna un mondo ormai illuminato fiocamente da un sole che sta morendo, accarezzato da una brezza fresca che muove le foglie degli alberi. Poi sogna di essere nato a Reims nell’anno 1503, che suo padre è un ufficiale dell’esercito del re, uomo “di carattere vivace, ardente, che si arrabbia spesso e non sopporta nulla che gli dispiaccia”, che sua madre è una donna “mite, quieta, un nulla basta a spaventarla, eppure tiene la casa in perfetto ordine”. Nell’anno 1503 il malumore verso la scuola è però, a quanto pare, lo stesso che prova il ragazzino che sta sognando: “Che mi importa di esser promosso, a che serve essere promosso, a niente, non è vero? Eppure sì; dicono che si ottiene un posto solo quando si è promossi. Ma io non voglio posti: vivrò di rendita. Quand’anche ne volessimo uno, a che pro imparare il latino? Nessuno parla più questa lingua. (…) E per sovrammercato, vi appioppano ceffoni come ricompensa: vi chiamano animale, cosa del tutto falsa, omiciattolo, etc.”… Arthur ha quattordici anni. Scrive una poesia su due bambini che si svegliano lentamente in una fredda alba d’inverno: ancora sospesi tra sonno e veglia, non ricordano se sono davvero orfani oppure se si tratta solo di un incubo. La loro camera è in disordine, il camino è spento, fa freddissimo, “Da tutto, si indovina che manca qualche cosa…/ Non c’è dunque una madre per questi fanciullini/ Che giovanile rida, che guardi trionfante?/ Dunque ha dimenticato, sola e china, la sera/ Di ravvivare un fuoco strappato alle ceneri/ E di stender sui figli la lana e il piumino/ (…) Non ha forse previsto il freddo del mattino?/ Non ha sbarrato l’uscio al vento dell’inverno?/ (…) Il sogno di una madre è il tiepido tappeto/ Un nido come ovatta dove i fanciulli stretti/ (…) Dormono un sonno di candide visioni”… Nella piazza della stazione di Charleville, il sedicenne Arthur – “trasandato come uno studentello” – osserva con derisione e disprezzo i suoi concittadini, “I bolsi borghesi soffocati dall’afa/ Vanno, il giovedì sera, stupidi e invidiosi/”. “I burocrati gonfi guidan le spose obese/ (…) Sulle panchine verdi, gruppi di pensionati/ Attizzano la ghiaia col bastoncino a pomo/ E serissimamente discutendo i trattati/ (…) Con il cuore in solluchero al canto dei tromboni/ Gli ingenui soldatini, che fumano una rosa/ Fan carezze ai bambini per adescare la serva”. Un talento poetico incredibile per la sua età, si tratta però ancora di scritti giovanili, acerbi, per molti versi dilettanteschi. Ma nel giro di pochissimi anni Arthur si prepara a scuotere la Letteratura europea dalle fondamenta...

Inverno tra 1883 e 1884. Durante il lungo e noioso viaggio su una vaporiera diretta da Marsiglia al porto di Aden, nello Yemen, il commerciante francese di caffè Alfred Bardey ama fare conversazione con un suo compatriota, il giornalista Paul Bourde. Un giorno gli capita di nominare un suo collaboratore, un tipo “alto, gentile, che parla poco”, tale Arthur Rimbaud. Con sua grande sorpresa, Bourde dice di conoscerlo e per ben due motivi: il primo è che era un suo compagno di scuola, il secondo è che a quanto pare quel collaboratore è stato a vent’anni un poeta di grande fama in Francia e poi è letteralmente scomparso. Quell’agente di commercio taciturno che ha deciso di ritirarsi in Africa non è un uomo qualunque: è una delle superstar della Poesia europea, ma a quanto pare ha deciso di cancellare il suo passato, di soffocare il suo talento, di dimenticare la sua poesia, della quale non vuole nemmeno parlare, che definisce “assurda, ridicola, disgustosa”. Da cosa nasce questa scelta apparentemente inspiegabile e probabilmente dolorosa? Lo si può forse capire leggendo i versi di Rimbaud, che in questo Opere sono raccolti con testo originale francese a fronte, quello dell’edizione critica di Bouillane de Lacoste. Il feroce conflitto interno che lacera l’anima del “poeta morto da ragazzo”, come lo chiamava – con amore e rancore – Paul Verlaine, viene colto perfettamente dal curatore Ivos Margoni, uno dei maggiori francesisti italiani, nella sua lunghissima e pirotecnica introduzione. Secondo Margoni la chiave è nell’ambiente in cui cresce Rimbaud, che egli disprezza profondamente: “(…) un Secondo Impero di pizzicagnoli guerrafondai, di clericali espansionisti, di agrari versagliesi, di aspre vedove di ufficiali, dell’orrore idiota della guerra, dell’umiliazione della disfatta, della tragedia della Rivoluzione soffocata nel fumo delle scariche vendicatrici e del petrolio impotente”. È contro tutto questo che Rimbaud si scaglia con la sua poesia e con la sua vita stessa, con una veemenza tutta adolescenziale (e solo adolescenziale, sottolineano alcuni critici) naturalmente nobilitata da uno spropositato talento visionario. L’apparente paradosso però è che il ruolo di testimone e giudice di questa Europa ha trasformato un giovane “blasfemo, sodomita, pornografo, sifilitico, pidocchioso, mercante d’armi e forse di schiavi” in un esempio etico per il suo “acuto, continuo, insopprimibile disagio della coscienza, questo romantico non star bene nella propria pelle”: l’insofferenza è stata trasfigurata in una urgenza riformatrice che non esiste. Del volume delle Opere – riedito in tascabile con in copertina uno splendido collage di David Wojnarowicz – c’è poco da dire, se non che è imprescindibile. Ma certo è inquietante che lo Schema biografico (sic!) che precede il testo, riproposto a quanto pare senza modifiche dal 1964 a oggi, non faccia mai cenno al rapporto omosessuale tra Rimbaud e Verlaine, qui definito un semplice “amico” quando invece – malgrado Rimbaud fosse interessato anche alle donne, tanto che negli anni successivi avrebbe convissuto ad Harar con donna abissina di nome Mariam – le testimonianze sul rapporto tempestoso tra i due non mancano di certo. Verlaine scrisse che passavano il tempo “accoppiandosi come tigri”, il giovane poeta veniva chiamato in società “Mademoiselle Rimbaud” e i due scrissero a quattro mani un sonetto (assai garbato, a dire il vero) dedicato all’ano, per non parlare del fatto che il matrimonio di Verlaine andò in fumo non per caso proprio poco dopo che il poeta incontrò Rimbaud e che Verlaine nel 1873 a Londra sparò a Rimbaud non certo per una discussione tra amici. Pruderie feltrinelliana a parte, questo libro è la chiave per un mondo di sogni e visioni che ha la potenza travolgente della giovinezza e della rabbia. Una fonte miracolosa a cui abbeverarsi oggi che siamo vecchi, cinici, rassegnati e stanchi.



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