Poesie

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“Oh, i camini! / Vie di libertà per la polvere di Job e Geremia / chi vi ha inventato e pietra su pietra, ha costruito / la via per i fuggiaschi di fumo?”. I camini sono quelli dei forni dei campi di concentramento nazisti, dove l’essere umano diventa polvere anzitempo: “All’albeggiare / quando un uccello prova il suo risveglio / - comincia l’ora dello struggimento / per la polvere che morte ha abbandonato”, e ancora: “Noi superstiti / stringiamo la vostra mano / riconosciamo i vostri occhi / - ma solo l’addio ci tiene uniti / l’addio nella polvere / ci tiene uniti a voi”. In questi luoghi il dolore è sempre presente (“Oh addormentarsi nella tua neve / con tutto il dolore nell’alito ardente del mondo”) e non conosce alcun tipo di distinzione, nemmeno di età (“Oh, notte dei bimbi piangenti! / notte di bimbi chiamati alla morte… / Soffia ora il vento della morte / solleva le camicie sui capelli / che nessuno più pettinerà”). Ma se si dà voce alla morte come non ricordare la vita, la sua creazione (“Questa terra / un nocciolo / con inciso / il Suo nome!”), che “l’autore dello Žohar” così descrive “aprì le vene del linguaggio / e attinse sangue dalle stelle / che invisibili ruotavano, accese / solo dalla nostalgia”. Resi polvere, si è “Creature di sabbia” che vanno “di sogno in sogno” e sprofondano “attraverso un muro di luce / dai sette colori”, fino a quando “L’aria creatrice lentamente si veste / con la pelle della rinascita / Il dolore si inscrive / con un ventaglio di visioni / vita e morte continuano”…

Ogni poeta ha una predilezione, certamente non casuale, per alcune parole più che per altre. Questo è ancora più evidente nella poetica di Nelly Sachs, poetessa tedesca di religione ebraica nata a Berlino nel 1891 e morta a Stoccolma, dove era riuscita a fuggire per evitare la persecuzione razziale, nel 1970, quattro anni dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. L’ebraismo e ancora di più la mistica ebraica (qabbalah), di cui Sachs è stata appassionata studiosa (in particolare dello Žohar, testo medievale del XIII secolo) sono una inesauribile fonte di simboli e di interpretazioni. Le sue poesie sono avviluppate dentro la simbologia sia verbale sia numerica: così si incontrano un considerevole numero di volte le parole “sabbia” e “polvere”, i colori e il numero sette, solo per citare alcuni casi; parole e numeri sono strettamente collegati poiché nell’Alef-beit (l’alfabeto) ognuna delle ventidue lettere che lo compongono è associata ad un numero. Sabbia e polvere, che paiono l’una (la seconda) la risultanza di un processo di raffinazione dell’altra, richiamano in maniera evidente il libro della Genesi, uno dei primi cinque libri della Bibbia che compongono la Torah, in particolare i versetti 2,7 “Il Signore Dio plasmò l’essere umano con polvere del suolo…”. I colori, spesso citati uno alla volta, hanno anch’essi un simbolo preciso: il blu (meglio, l’indaco, tehkèlet) è il colore del cielo e, per estensione, del Paradiso, della rivelazione divina, lo scarlatto e il cremisi il sangue, il bianco la purezza fisica e intellettuale. Un discorso lunghissimo meriterebbe la simbologia dei numeri, ma sia sufficiente soffermarsi sul numero sette, molto citato nelle poesie sachsiane. Il 7 è un simbolo che si riferisce genericamente a tutte le associazioni con Dio (che, siccome è impronunciabile, viene detto Ein Sof), nel rito di purificazione le aspersioni devono essere eseguite 7 volte, lo Shabbat è anch’esso basato sul numero 7, come 7 sono i giorni della prima fase (shiva) del lutto ebraico (avelut) e 7 sono i bracci della menorah (il candelabro). Sachs sembra quasi ossessionata dai riferimenti con la religione tali e tanti sono appunto i simboli religiosi/mistici che costruiscono la sua poesia. E non potrebbe essere diversamente visto che l’alfabeto e quindi il linguaggio nella religione ebraica viene considerato il mezzo con cui Dio ha creato il mondo. Dietro i suoi versi, sotto la coltre di simboli e metafore, si alza il dolore in tutta la sua tragicità, il coro di sei milioni di voci sfilate dai camini dei forni crematori. L’olocausto non è l’unico topos, ma è sicuramente il più presente. Sachs considerava il massacro degli ebrei come un atto di sacrificio, diversamente dalla stragrande maggioranza degli appartenenti alla religione ebraica. La teleologia sachsiana prevede infatti un fine per l’esistenza umana sulla terra che rispecchia quanto scritto nello Žohar: “E la caduta avviene per poter risalire”. Un suggerimento per affrontare la lettura di queste poesie che non sono di immediata fruizione: non si indaghi la tecnica, non si cerchi “cosa vogliono dire”, ci si metta piuttosto in ascolto, con la disposizione di chi cerca una voce spirituale.



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