Situazione temporanea

Situazione temporanea
 L’idillio che legava il poeta alla propria città di adozione si è spezzato: "gli amori passano,/ anche le città cambiano,/ e quella nebbiolina/ ha scelto un altro amante…". Dal suo sguardo interrogativo emergono le sembianze mutate di una Milano desolata, "attraversata da folli automobiline/ condotte da corpi ciechi/ e mutilati da cubetti di porfido", snaturata dal "verde che si attenua" mentre il "nero accentua/ la sua presenza" dentro i "quartieri che più non respirano". Dinanzi a lui si delinea l’immagine irriconoscibile di una metropoli abitata da colf guatemalteche, fioristi pakistani, prostitute d’imprecisata origine slava, batteristi cambogiani, internet caffè di proprietà araba e perfino signore "della Milano bene a passeggio con donne in burqa". Tra rumori assordanti e passi spediti, infine prende forma il volto solitario e ostile di un agglomerato urbano in cui "c’è troppa violenza/ per le strade c’è troppa guerra/ di parole/ e di fatti/ c’è troppa cattiveria/ - in giro -/ figlia di un padre egoista/ e una madre puttana/ che ha venduto/ il proprio latte/ a vitelli clonati". Non resta altra consolazione che abbandonarsi al ritmo suggestivo della penna…
Marco Saya, originario di Buenos Aires, vive ormai da molti anni a Milano. Alla passione per la musica jazz unisce quella per la scrittura. Presente in numerose antologie, vanta al suo attivo anche la pubblicazione di alcune raccolte poetiche, tra cui ci preme sottolineare quel Bambole di cera del 2001 con cui ha conseguito i suoi primi riconoscimenti di critica. A conferma di quanto il costante impegno abbia lavorato a favore della sua crescita artistica, Saya ha di recente pubblicato Situazione temporanea, vincitore della X edizione del premio Carver 2010 per la poesia e della XXIX edizione del premio Nuove Lettere a cura dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli 2010 e segnalato al premio Lorenzo Montano 2009. Un’ottima silloge caratterizzata da una netta probità d’intenti e da una scrittura che rigetta ogni ornamento lirico per dispiegarsi in immagine di desolata concretezza. Questo stato d’animo e la necessità di un linguaggio poetico degno di rappresentarlo, lo conducono alla scelta di una sobrietà espressiva vicina alle soglie del colloquiale. Si tratta di un libro riuscito, grazie alla capacità che l’autore possiede di far convivere l’espressione ritmata del suo straniamento e la proiezione sdoppiata di una città che è insieme evocativa e desolante.

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