Strategia dell’addio

Strategia dell’addio
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Quando si è piccoli, contano poche cose, conta solo il necessario, non ci si preoccupa del superfluo ma solamente del presente: “Una volta eravamo piccoli,/ non importavano i numeri./ Lasciavamo i conti alla mamma,/ le misure al papà,/ peso e altezza alla vita./ Una volta eravamo piccoli,/ non importava lo zero./ Valeva già mille il respiro”. Poi si cresce, inevitabilmente, ed altrettanto inevitabilmente tutto diventa più sfumato, incerto. Si barcolla nel tentativo di ritrovare il proprio baricentro, il presente non basta più, si cade all’indietro vittime del passato, ci si proietta in avanti ingannevolmente attratti dal futuro finché, quando meno ce lo si aspetta, in questa danza della vita, non si inciampa casualmente nell’amore: “Oggi tu cadi in me/ come latte nel caffè./ Sei la macchia bianca/ di un giorno nero”. E sull’amore, come giocatori recidivi, si puntano tutte le speranze, si raccolgono i bottini di una vita e all’amore li si affidano, perché ci si crede, e non ci si aspetta altro che una vittoria, perché l’amore dovrebbe arricchire: “Dimostrami che l’amore fa miracoli./ Studia i miei silenzi,/ e poi ripetili a voce alta”. Con questa convinzione si è disposti anche a cedere, in fin dei conti i compromessi non li fanno tutti?, fino a che non capiamo che non importa più in quale direzione vada la storia, le certezze si scollano ad una ad una lentamente, e rimane solo il niente, ci si ritrova più poveri di prima, la partita è irrimediabilmente persa. Ancora più incerti di come si era partiti, si può solo abbandonare tutto, con estrema fatica, perché l’addio è un lavoro, consapevoli di quanto anche il dolore faccia parte di una rinascita: “Non scomponetemi i dolori,/ ora che hanno la piega giusta/ della maglia riposta nel cassetto,/ ora che riposano in pace/ tra la canfora e le tarme”…

Le poesie di Elena Mearini, scrittrice classe 1978, parlano a noi e di noi. Non possiamo non ritrovarci in quei gesti quotidiani, come il battere la sigaretta per scrollarvi via la cenere, o lo strappare dal maglione i capelli così fastidiosamente impigliati: gesti che l’autrice sa inquadrare in una luce assolutamente nuova che li eleva, rendendoli, appunto, poesia. Ci riesce eccome, con una immediatezza di scrittura, con giochi di e fra parole che diventano subito le nostre e che ci fanno sorridere, soprattutto pensare. E quella solitudine, quell’incomprensione così ben descritta nella parte centrale dell’opera -divisa in quattro parti- è la nostra. Ci viene da annuire, mentre leggiamo, perché sì, è proprio così che funziona, è proprio così che mi sono sentito/a o che mi sento. Una fragilità descritta che si rivede sia nei componimenti brevi, leggeri, semplici, sia nei disegni che corredano il testo per tutta la sua lunghezza, opera dell’illustratrice Clara Patella, che utilizza un tratto non definito, dove sembra preponderante il vuoto, la non compiutezza, a rimarcare quel senso di abbandono e di mancanza che sono le tematiche principali su cui si snodano le poesie. Un libro che sicuramente piacerà agli animi romantici e sensibili e, soprattutto, che mi sento di consigliare anche a chi nelle librerie si trova in soggezione di fronte allo scaffale della poesia o per far avvicinare a questa forma d’arte anche i più restii.



 

 

 

 
 
 
 

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