The sun and her flowers

The sun and her flowers
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Lui se n’è andato. L’ha abbandonata così, all'improvviso, lei e il suo corpo. La prima mattina senza di lui, si sveglia e ascolta il canto degli uccellini, i suoni della natura, del mondo fuori, in quell'attimo di dormiveglia inconsapevole prima di voltarsi e vedersi sbattere in faccia che nel letto, accanto a lei, non c’è più nessuno. Pensare a lui la svuota, la scuoia dentro: è l'idea non tanto dell'abbandono, ma di ciò che avrebbero potuto costruire se fossero rimasti. Si è convinta che l’amore fosse personificato in lui, che avesse i suoi occhi, le sue mani. Le occorre un abbandono per capire che l’amore è anzitutto in noi, che sbagliamo cercandolo fuori, guardando in giro, quando invece è sufficiente restare qui, rivolgersi all’interno, amare anzitutto noi stessi per poter amare il prossimo. Amare me e il corpo che abito, in tutte le sue più piccole e grandi ferite. Un corpo guardato, sfiorato, violentato. Un corpo che la società vorrebbe più bianco, più magro, più casto, ma che non ci si fa scrupolo ad abusare anche qualora lo fosse. Amarsi è anzitutto accettare il mio corpo così come io, e io sola, voglio che sia. Perché come una madre saggia ha insegnato alla figlia poeta, anche le persone – così come i fiori che spuntano al sole - devono appassire, cadere, radicare e crescere, per poter fiorire…

Rupi Kaur non ha bisogno di presentazioni: è la poetessa di Instagram, ha sovvertito il mercato editoriale dimostrando che la poesia e l’autopubblicazione vendono. Questo grazie alla popolarità acquisita sui social network, certo, ma i like non bastano affinché un’opera letteraria funzioni. Ciò che rende merito a Kaur è aver reso la poesia accessibile a chi usa i social come veicolo principale per comprendere il mondo e sé stessi. La sua fortuna è aver colto il compromesso perfetto fra l’aura della poesia e il meccanismo che rende virale la parola scritta. La sua è una lingua semplice ma non semplificata, immediata e che parla per immagini potenti. Potremmo scrollarne le pagine come in un feed e toccherebbe comunque il cuore. Anche perché Kaur racconta temi più attuali che mai: l’amore, cardine della poesia stessa, ma anche il corpo delle donne ‒ soprattutto le donne di etnia non caucasica e migranti ‒ e come oggi questo corpo sia abusato dai media e dall’immaginario. Due elementi che scardinano ogni preconcetto sulla poesia, che spesso evitiamo di leggere perché troppo complessa, perché “non c’è una trama”, perché infarcita di figure retoriche e oscure metafore. La lingua di Kaur non ha bisogno di essere capita, ma solo di essere sentita, e ci riesce molto bene.



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