Tutte le poesie

Tutte le poesie

Si parte dalla produzione giovanile e dalle liriche di Acque e terre edite da Solaria nel 1930, in cui l’apertura alle nuove esperienze poetiche novecentesche, introdotte in particolare da Ungaretti e Montale, risulta ancora ritardata dall’attaccamento alle formule della tradizione pascoliana filtrata da mediazioni crepuscolari: “Si china il giorno / e colgo ombre dai cieli: / che tristezza il mio cuore / di carne!”. Si attraversa il paesaggio pietrificato da cieli sepolti e da astrali silenzi, rotti solo dalla voce errante dei venti, dal flusso lento e desolato dei fiumi di Oboe sommerso del 1932, propizio alla riduzione dell’io nel recinto vuoto di una lacerante esclusione dalla gioia della vita: “In me si fa sera: / l’acqua tramonta / sulle mie mani erbose. // Ali oscillano in fioco cielo, / labili: il cuore trasmigra / ed io son gerbido, // e i giorni una maceria”. D’intonazione più ermetica le nuove poesie che compaiono in Erato e Apòllion, in cui i motivi di un feroce misticismo si fondono con elementi tratti dai culti pagani: “E vidi l’uomo / chino sul grembo dell’amata / ascoltarsi nascere, / e mutarsi consegnato alla terra, / le mani congiunte, / gli occhi arsi e la mente”. Dopo lo snodo della guerra, i nuovi componimenti di volta in volta raccolti nelle antologie successive recano il segno di uno stile più innovativo e di una poetica in cui il dato intimo si apre al raffronto con il destino comune. Fino agli ultimi componimenti di Dare e avere nei quali, a due anni dalla morte, il presentimento guida la mano del poeta: “A intervalli qualcosa mi supera / leggera, un tempo paziente, / l’assurda differenza che corre / tra la morte e l’illusione / del battere del cuore”…

L’ormai consolidato consenso critico, ma ancor più il vasto riscontro popolare raccolto negli anni da Salvatore Quasimodo hanno consentito alla casa editrice Mondadori di rieditare innumerevoli volte l’opera omnia del grande poeta nato a Modica (RA) nel 1901 e morto a Napoli nel 1968, che si aggiudicò il Premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Il libro rappresenta un lungo ed esaustivo excursus poetico, in cui il poeta scrive contro il tempo, con il senso di una divisione irreversibile: da un lato il rimpianto di uno stato di grazia, costituito di volta in volta dall’infanzia o dalla terra d’origine siciliana; dall’altro il senso di un’irreparabile degradazione spirituale, la ricerca di una liberazione o espiazione attraverso la fede o l’immersione umanistica nelle cose. Ed è, nelle parti più notevoli, una poesia che tende ad alzarsi con la leggerezza del respiro e a ritrovare la patina del distacco insieme con il sereno acume di quell’intelligenza che furono il vanto della poesia dei classici. E anche se quel sentimento di resa inerme e rassegnata dinanzi alle oscure volontà del cosmo non è tema originale, del tutto nuovo e suo è il rigore intellettuale con cui egli sa ridurre l’ispirazione ai suoi nodi essenziali, ad affermazioni come sospese, senza passaggi né chiaroscuri del sentimento primo che l’ha generata. La poesia di Quasimodo parla ancora al lettore di oggi, perché essa non rappresenta un canto di debolezza, ma della vitalità di una presenza volta a resistere contro le insidie del tempo.



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