8 aprile 1992, ore 13:45. In diretta da Višegrad il telegiornale della BIH TV trasmette il dialogo tra il generale dell'Esercito Popolare Jugoslavo Milan Lukic, il presidente della Bosnia e tale Fuad. Fuad è a capo di un gruppo di disperati armati che minaccia di far esplodere una diga in risposta al lancio di bombe sulla cittadina di Višegrad effettuato dalle postazioni dell’esercito. Il generale, naturalmente, cade dalle nuvole, dice che controllerà, che lui non ne sa niente. Chiedono a Fuad di non bombardare la diga, provocherebbe migliaia di morti. Lui chiede che non venga bombardata la città. Sa che dopo verrà chiamato criminale di guerra, ma anche il generale lo è. Il generale avrebbe potuto evitare tutto questo tre giorni prima, se solo avesse voluto. Nel frattempo il padre di Zlatan risponde alle domande del figlio tredicenne come se ne avesse sette. Gli dice che Fuad è solo un uomo che vuole spaventarne altri in maniera tale che non cominci la guerra. In realtà non può far saltare in aria niente perché non ha la dinamite. Zlatan chiede: “E se Fuad avesse la dinamite?”.
Quel giorno la diga non saltò. Zlatan ci racconta la sua vita in Italia - dove vive dall’età di 13 anni facendo ogni anno la richiesta per il permesso di soggiorno nonostante si sia laureato in Italia, abbia un lavoro e paghi le tasse. E parla della sua vita dividendola in comparti: parla della burocrazia, del suo rapporto con le donne, del lavoro e del cibo e, naturalmente, della Bosnia, dei bambini che giocano alla guerra, della nonna, fino all’incontro con suo zio che tenta di scrivere una sorta di libro di storia raccogliendo testimonianze, lettere o dialoghi per cercare di capire e raccontare "che cosa era successo". Questo percorso sconvolge Zlatan: vedere le cose in maniera diversa destabilizza. Ma anche lui avrà modo di far vedere a suo zio con occhi diversi tutto quello che "era successo" e che ancora si trascinava nella loro terra. Una sorta di diario o di autobiografia di un uomo che cerca un identità, personale o di un popolo, la storia di un viaggio tra le rovine di un paese devastato dalla guerra, tra racconti talmente orribili che si vorrebbe non crederli possibili, un viaggio dentro se stessi. Un viaggio. Un viaggio per il lettore che scopre realtà a lui sconosciute e un viaggio per l’autore attraverso sentieri della memoria collettiva e personale. Nel tentativo, assurdo, di capire la guerra e la diversità, vista l’impossibilità di dimenticarle.