Ricordo di Giuseppe Lippi

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In tutto l’arco della sua lunga carriera, ho incrociato Giuseppe Lippi una sola volta.




Era il 2013 ed era appena uscito il romanzo L’uomo a un grado kelvin, primo Premio “Urania” ed esordio letterario di Piero Schiavo Campo. In quell’occasione venne fuori una bella intervista, in cui toccammo vari temi cari alla fantascienza italiana scatenando anche qualche fiammata nel fandom. Ne ho ricavato l’idea di un esperto appassionato del fantastico tout-court, più che della fantascienza. Certo, Lippi verrà sempre ricordato come il curatore di “Urania”.

Lui, però, formatosi alla corte di Vittorio Curtoni come redattore di “Robot”, era arrivato in Mondadori nel 1979, collaborando per le prestigiose collezioni Oscar di fantascienza, fantasy e horror. Traducendo autori quali Brown, Bloch, Matheson, Sturgeon che, a suo dire “meglio di altri mostrano il profondo legame che esiste fra sf e letteratura fantastica”. Forse proprio questa voglia di mostrare tale legame ne ha guidato il passaggio come curatore di “Urania” nel 1989. Di certo ha arricchito la collana portando autori del calibro di Michael Swanwick, Bruce Sterling, Robert J. Sawyer, Ian Mac Donald e scoprendo veri talenti italiani quali Nicoletta Vallorani e Valerio Evangelisti (per citarne solo due).

Ci ha lasciati, dunque, un grande e profondo conoscitore delle vie del fantastico, una persona che ha anche cercato di innovare barcamenandosi fra limiti imposti dall’alto e un mercato in crisi perenne. Forse, con il senno di poi, la sintesi della sua lunghissima esperienza da curatore può racchiudersi in queste parole: “Ho dovuto adeguare me stesso, anche se ora mi rendo conto che mi sarebbe piaciuto svecchiare la grafica e avere più voce in capitolo su altri aspetti produttivi”.



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