I figli dello sciagurato trombettiere

I figli dello sciagurato trombettiere

Un uomo, dalla sua garitta di legno, guarda il mare e le persone distese sulla sabbia. Le osserva attentamente e si meraviglia di come i bagnanti, ammirando quella sontuosa distesa d’acqua, si perdano in continue distrazioni mentre dovrebbero solo gridare “Quant’è grandioso!”, esattamente come fa lui. Invece, si limitano a sguazzarci dentro, finendo magari gambe all’aria dentro qualche buca, pochi metri dopo la battigia. Sanno di essere vivi solo perché sudano, questa è la verità e poi non comprendono la natura. Alcuni scacciano una donna che, in mezzo a loro, allatta il suo piccolino, altri raccolgono le minuscole pietre della spiaggia e se le portano a casa. Una cosa che lui non comprende. Che cosa se ne faranno? Le conserveranno dentro una scatola o, appena tornati a casa, le getteranno via? In fatto è che, senza questi bagnanti, il suo lavoro non avrebbe senso, non potrebbe nemmeno starci dentro quella garitta dipinta di bianco. Ma è anche vero che nessuno guarda il mare e la sua maestosità come invece dovrebbe fare. Non c’è nessuno che ammiri lo spettacolo delle onde. Preferiscono perdersi tra le stupide parole di un libro piuttosto che contemplare la maestosità del mare… L’idea di sverniciare le pareti di legno della chiesa dipinte di rosso pare sia venuta a Huberta, la figlia del trombettiere. Del resto tutti sanno quanto siano arroganti in quella famiglia, tanto da lasciare un Dio all’aria aperta, tra gli spifferi, mentre loro vivono beati dentro un appartamento, con le pareti isolate con la vermiculite. Al trombettiere, che a furia di soffiare dentro lo strumento ha dovuto sottoporsi allo stripping delle vene del collo, i figli Huberta e Valteri glieli ha dati una giovane donna che gli parlò per la prima volta un giovedì, con in faccia le pompe di calore del Blu Market che facevano più rumore della metro quando spunta dal tunnel…

Dice di sé l’autore: la senilità pare abbia reso Shalmaneser libero di non dare al lettore quanto consolazione e convenzione gli hanno sempre servito, ma così facendo rende il lettore felicemente libero di percorrere i testi che non gli chiederanno mai una fede, un giuramento, una qualche serietà. Mi permetto, da lettore, di dissentire. Al lettore bisogna dare uno strumento per poter rendere i testi intellegibili. Che significa poi “percorrere i testi” quando non si ha un sentiero visibile sopra il quale posare i propri passi? In questi sei racconti non c’è traccia che permetta al povero e smarrito lettore di seguirne il senso se non cogliendolo deframmentato qua e là, dentro qualche sparuto paragrafo. Dunque, la libertà estrema concessa al lettore si traduce non in felicità ma in dispersione. Shalmaneser, che pare fosse il nome di alcuni re assiri, pretende un po’ troppo dal lettore, scendendo dallo scranno per parlare la propria lingua che, alla fin fine, ci suona proprio come l’assiro e quindi incomprensibile. Sfugge quindi lo scopo di questa raccolta di racconti criptici che non raggiunge il cuore, il cervello, non fa venire la pelle d’oca. Il self publishing ha dato anche buoni risultati, per l’amor del cielo, ma non è questo il caso. Non posso, come lettore, scervellarmi per arrivare a qualcosa di compiuto; non posso, come lettore, sacrificare il mio sangue sulle pagine che potrebbero benissimo essere lette alla rovescia, poiché il risultato risulterebbe alla stessa maniera incomprensibile.



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