Il velo di Calypso

Il velo di Calypso

“Solo, il filo d’inchiostro, respirando/ intride di pensieri l’impervia solitudine”. La solitudine come condizione obbligatoria dopo l’abbandono, la fine di un amore, l’addio. Si prende spunto dall’Odissea, in cui la nereide Calipso viene abbandonata da Ulisse alla fine di sette lunghi anni in cui l’eroe è stato tenuto prigioniero, dopo i suoi ripetuti rifiuti al dono dell’immortalità offertogli della ninfa. “Lente e impalpabili calano le ore/ ondate di minuti si rincorrono/ svaniscono le brume dei secondi/ sfilano mesti i giorni di una vita”, a sottolineare che, perduto l’amore, di più, rifiutata dall’amato, non resta che soccombere allo scorrere sterile del tempo. Uscendo dal mito, ma tenendo bene in mente che il fil rouge è in fondo la declinazione dell’essere soli, cosa resta alla poetessa se non “La memoria, la bellezza, la poesia”? Oltre alla rassegnata consapevolezza che “nulla è più feroce e irreversibile/ di questa strana e semplice mia vita”. Talora così evanescente il senso della presenza di “chi mai non fu” che sembra la realtà fittizia di un sogno, se non fosse che “il ricordo è il suo esistere”…

Tra le innumerevoli specificità che si possono attribuire alla poesia è innegabile che la più semplice e la più vera è che la poesia fa vibrare “qualcosa” dentro il lettore, fuori dalla sua volontà e dalla sua consapevolezza. Quindi se questo non accade, ciò che stiamo leggendo non è poesia? No. Stiamo forse leggendo un diario scritto in un linguaggio che non è propriamente prosastico, se non altro per la presenza, qua e là, di alcuni “versi” che seguono (più o meno casualmente) una forma metrica, soprattutto le undici sillabe dell’endecasillabo, come viene spiegato nella prefazione scritta dalla stessa autrice (si tratta di un’auto-pubblicazione, quindi tutto è a cura dell’autrice, altrimenti forse quel presuntuoso elenco di premi vinti da questa o quella poesia non sarebbe stato pubblicato: un briciolo di umiltà!). Quel “qualcosa” che vibra, si chiama emozione, “qualcosa” che qui è assente. Si può discutere di gusti soggettivi, è vero, ma il pugno nello stomaco o almeno il solletico è necessario. E non dipende solo dal linguaggio, che può essere innovativo o “old style” (“Al silenzio di attese mai vissute/ circondata dalle gocce del tempo/ rubo l’ultima penna di un gabbiano” e qui è pure alquanto banale), ma da come le parole vengono shakerate e disposte. Non c’è, in queste poesie, un incipit che insinui la curiosità di proseguire, una chiusa che si faccia eco, che imprima un segno, anche minuscolo. Discutendo di forma più che di sostanza, non si può scrivere nella prefazione che frequentemente la misura del verso è l’endecasillabo se poi se ne trova qualcuno una tantum, sparso e disperso tra versi di varie misure. Anche una sola poesia interamente in endecasillabi avrebbe almeno garantito un certo interesse, se non altro solo l’aspetto della forma. Inoltre, le varie sezioni in cui è suddivisa la raccolta hanno poco a che fare, il più delle volte, con le poesie in esse contenute. La poesia è cosa seria, serissima. Trattatela bene.



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