Manchester’s affairs – Destini incrociati

Manchester’s affairs – Destini incrociati

Emily Smith è un brillante sergente della Polizia britannica in servizio a Manchester, che si è sempre distinta in tutte le indagini che ha seguito. Il suo partner storico, però, giunge all’età pensionabile e la lascia sola a lottare contro il crimine. Emily vorrebbe che il suo sostituto fosse Richard Finch, il patologo forense del dipartimento, ma la sua nuova spalla sarà invece lo spocchioso David Ingram. I rapporti fra i due sono tesi fin dal primo incontro, ma dovranno accantonare i dissapori per indagare su un caso spinoso: in pieno centro a Manchester un ordigno ha ucciso Benjamin Wood, in apparenza un uomo come tanti. In un primo momento l’ipotesi che dietro tutto ci sia l’IRA, organizzazione terroristica irlandese, sembra la più percorribile, ma l’uomo ha un passato torbido alle spalle e aveva ricevuto minacce molto esplicite. Alla morte di Wood ne segue un’altra, con le medesime modalità. Le due vittime in passato facevano parte della stessa organizzazione e avevano partecipato anni prima a un omicidio che aveva fatto rumore. Il loro modus operandi consisteva nel piazzare la droga nelle auto dei propri clienti durante dei normali interventi di riparazione. Nel caos che ne segue, i media speculano sulla vicenda del “bombarolo di Manchester”, e il capo della polizia Jonathan Carter viene cacciato con l’accusa di aver favorito il boss: vengono alla luce sinistri legami fra politica e malavita, legami che Emily e David, dopo aver affinato la loro intesa, dovranno provare a spezzare…

Manchester’s affairs sembra, a essere onesti, una storia tipicamente italiana trasferita un po’ forzatamente in terra inglese. La trama è come minimo scontata, i dialoghi sembrano ricalcare nel lessico e nelle modalità lo stereotipo a cui i film e telefilm polizieschi americani ci hanno abituati da sempre. Le battute sono prevedibili fino a risultare imbarazzanti, i luoghi comuni e le frasi fatte da cinema di genere si sprecano, e tutto ciò non contribuisce mai a dare pepe alla storia (come probabilmente si vorrebbe), che anzi ne risulta notevolmente appesantita. Il libro scivola via senza lasciar traccia di sé, gli eventi sono collegati male fra loro, la trama appare sbilanciata. Infatti, dopo l’inizio fulminante con il susseguirsi delle due uccisioni, c’è una lenta agonia della tensione narrativa. La seconda parte del romanzo insiste troppo sulle vicende personali della protagonista, oltre che su particolari frivoli. Si giunge all’immancabile e provvidenziale colpo di scena troppo tardi. Insomma, la Bogoni ci lascia l’amaro in bocca. Questo poteva essere, con opportune revisioni e con i necessari tagli delle pagine meno indispensabili, un buon manoscritto da sottoporre all’attenzione di un editore. Sarebbero stati preziosi i consigli di un editor prima della pubblicazione, perché la scrittura è sicuramente ancora impacciata e ingenua, mentre il genere richiede una perizia che al momento l’autrice sembra ancora non avere. Poteva venire fuori un prodotto decisamente migliore, peccato.



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