Simone Caltabellota: Pruzzo e l’Uomo Ragno erano i miei eroi

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Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine...e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Oggi incontriamo Simone Caltabellota, scrittore, scout ed editore romano, classe 1969, demiurgo della Atlantide Edizioni, già direttore editoriale Fazi e editor di Elliot: un grande tifoso della Roma, uno che non ha smesso di andare allo stadio nonostante tutto, uno che sin qua, della sua fede, non aveva mai parlato in nessuna intervista.




Chiudi gli occhi. Stai entrando allo Stadio Olimpico per la prima volta. Raccontami che cosa stanno cantando, là in curva Sud; quanti odori diversi si confondono; contro chi giocherà la Roma; che stagione è. Chi sta vicino a te…
Entro con mio padre. L’anno... potrebbe essere 1976-77, io avrò sette anni, qualcosa del genere. Si gioca Roma-Cagliari: mio padre, da sardo del Sulcis, è un tifoso del Cagliari simpatizzante per la Roma; io vivo qualcosa di simile, sono romanista e simpatizzo Cagliari. Siamo nei Distinti – mi piaceva questa parola, quasi fosse un segno di “distinzione”, nè curva nè tribuna. Andavamo allo stadio a vedere Roma-Cagliari e la Nazionale, stop. Ricordo la massa di gente, le urla gioiose, i cori, mi sentivo... in punta di piedi, mi sentivo di cominciare a essere parte di qualcosa più grande di me. Non una massa, ma qualcosa che ci rendeva uniti. Odori... odore di canna, inconfondibile, che preoccupava mio papà, e Caffè Borghetti. E poi i fumogeni. Mi ricordo che stavamo allo stadio già ore prima perché, nonostante uno avesse il posto, non era detto che potesse accomodarsi proprio là. E poi c’erano questi gruppi di tifosi organizzati, che si conoscevano – avevo sempre il timore che ci facessero spostare: devo dire che non è mai successo. Non ho mai vissuto lo stadio come qualcosa di minaccioso, in ogni caso. Non ho mai avuto paura, mai sentito pericolo. Forse è per quello che non ho mai smesso di andarci...

In quale Roma ti sei più riconosciuto? Nella prima, seminale Roma di Liedholm, sotto Anzalone; nella gloriosa Roma del Barone, sotto Dino Viola; nella prepotente Roma tricolore di Capello, sotto Franco Sensi; oppure – che so – nella Roma operaia di Gigi Radice, nella prima spettacolosa Roma di Zeman o in quella caotica e bizzarra di Boskov?
Mi sono riconosciuto in tutte, in modo diverso, perché un tifoso romanista si riconosce in tutte le incarnazioni – può essere in contestazione con la dirigenza, con l’allenatore, ma la Roma viene prima di tutto, e resta. Mi ricordo la prima Roma di Liedholm, col lupetto di Gratton stilizzato – Bruno Conti e Pruzzo. Non ricordo però di aver mai visto giocare Francesco Rocca – invece, ricordo bene De Nadai, Pruzzo, Conti appunto, ma non Rocca… questo mi dispiace, perché Kawasaki era qualcosa di unico. Ho amato moltissimo la Roma di Liedholm, ho festeggiato con mio papà e mia sorella lo scudetto a piazza del Popolo. Il tifoso della Roma gioisce dello scudetto partecipando all’essenza della città. Comunque: negli anni delle elementari, ho scritto un tema su Pruzzo; la maestra rimase perplessa, mi chiese “Dove l’hai copiato?” e me lo restituì senza voto. S’intitolava “O rey di Crocefieschi”. Ci rimasi malissimo, era tutta farina del mio sacco, leggevo i giornali, il “Guerin Sportivo”... tutto quello che potevo leggere a dieci anni. Pruzzo e l’Uomo Ragno erano i miei eroi. A dieci anni qualcuno ha scambiato un mio articolo per un articolo di giornale: assurdo. Ma si parlava di calcio, il calcio era la “mia” materia...Su Pruzzo, ho un altro aneddoto. Liceo. La professoressa Gabriella Leto, grecista e poetessa, aveva un gatto di nome Pruzzo. Perché lui era sornione ma pronto a scattare. Come il nostro centravanti. Quella Roma l’ho amata tantissimo e mi ha dato la più grande delusione della mia vita calcistica – la sconfitta col Liverpool. Il giorno dopo avevo la febbre, non sono andato a scuola, avevo 14 anni. Uno strano ingresso nell’adolescenza: quei rigori sono stati in un certo senso la fine brutale dell’infanzia. In ogni caso ringrazio sempre mia madre e gli dei di essere nato romano e romanista e di essere diventato zemaniano. Continuo a essere zemaniano anche oggi: il che per me significa vedere il calcio come un’espressione poetica e utopica, in cui il creare è sempre più importante del distruggere.

In che ruolo giocavi, da bambino e da ragazzino? Che calciatore era Simone Caltabellota? Quali maglie preferivi metterti?
Centravanti. Mi chiamavano “schizzetto”, ero brevilineo, piccolino, velocissimo. E molto agile, un buon finalizzatore. Mi piaceva anche giocare in porta. Avevo, in generale, un buon colpo di testa; ero sgusciante, forse somigliavo più a Paolo Rossi che a Pruzzo, nonostante la mia fede. I momenti di maggiore felicità della mia infanzia sono stati quelli – ore e ore a giocare a calcio nei giardinetti sotto casa, abitudine adesso forse impensabile, per la nuova generazione. Il pallone occupava la maggior parte dei nostri pensieri. Avevo una maglietta della Roma senza numero – poi da grande ho avuto quella di Montella.

Sei mai riuscito a completare un album Panini? In che anno? Ti capitava di riservare un trattamento diverso ai giocatori della Lazio e della Juve?
Mai, mai finito nessun album in vita mia. Ho tentato anche da grande, spinto da un amico juventino, Sandro Veronesi – ho fallito anche quella volta. Lui a suo tempo fu fondamentale: era un periodo in cui dovevo ancora laurearmi, amavo il calcio ma lo consideravo meno importante, ero – in qualche modo – condizionato da certi giudizi negativi che venivano dati sul calcio, e poi dai famigerati scandali dell’epoca (calcioscommesse, etc). Io e Veronesi diventammo amici parlando di John Fante, all’epoca sconosciuto – erano gli anni Novanta. E mi propose di rifare un album di figurine dopo una vita – io avevo smesso alle medie, al Mamiani mi limitavo ad andare a scuola col Corriere dello Sport, quando vinceva la Roma. Un giorno la mia professoressa di filosofia – Marina Rizzo, che poco tempo fa ho scoperto essere la zia di Corrado Melluso di Not edizioni – mi disse: “Caltabellota, ma sei un ragazzo intelligente, che te ne fai del Corriere dello Sport?” E io balbettai qualcosa come “Ma è un amore… la Roma…”, e lei “Le ragazze sono un amore, mica la Roma”. Non seppi rispondere. Ecco… tornare a fare le figurine, con Veronesi, mi riportò al me tifoso in un certo senso. Mi ricordo che una volta Sandro non trovava la figurina di Del Piero, e il figlio desiderava a tutti i costi poterla trovare... così un giorno lui si inventò la figurina di Del Piero, letteralmente: adattando un altro giocatore della Juventus. Un imbroglio poetico, complice l’ingenuità del piccolo. Quanto ai giocatori della Lazio e della Juve, non li ho mai trattati in modo diverso – l’antipatia per le squadre minori o per le squadre rivali non è mai arrivata al punto di farmi fare “cose contro”. Certo era spiacevole trovare magari doppioni della Juve e della Lazio e invece pochi giocatori della Roma, questo sì.

Quali sono stati i giocatori della Roma, a parte Pruzzo, in cui ti sei più identificato, nel corso degli anni, e perché? Nominami e raccontami i tre calciatori della Roma più vicini a rappresentare il tuo spirito romanista…
La Roma è una squadra fortunata, da questo punto di vista: capita – e può capitare ancora – che scatti l’identificazione tra un giocatore e l’anima della squadra. Forse Zaniolo adesso comincia a essere così... Comunque: Bruno Conti, Aldair, Cerezo... e poi, forse è scontato, Totti. Ho sempre avuto una grande simpatia per giocatori forse minori, magari arrivati a fine carriera (Konsel) o in un periodo forse sbagliato, come Boniek. Avevo enorme simpatia per Voeller, e poi per Delvecchio. E ovviamente, per Agostino Di Bartolomei. Ago Ago Ago Agostino gol era il simbolo della fedeltà romanista, era l’appartenenza. Pruzzo era l’idolo, Ago l’appartenenza.

Sei uno di quelli che non s’è stancato di andare allo stadio, nonostante tutto – nonostante la suprema scomodità, nonostante i tornelli, nonostante lo psicodramma del parcheggio, nonostante le pochissime coppe vinte dalla Roma negli ultimi 15 anni (tutte sotto il primo Spalletti). Cos’è per te la Roma? Cos’è per te lo stadio?
Beh, io non mi sono stancato però per molti anni non ci sono andato. Sono tornato allo stadio per singole partite nell’anno dello scudetto – nonostante fossi zemaniano, tornavo allo stadio perché c’era qualcosa nell’aria. Andavo allo stadio con il grande Rocco Fortunato, rocker-scrittore e amico fraterno che ora non c’è più, e con mia sorella Priscilla, a volte in tribuna, ma più spesso nei Distinti (avevo mantenuto le abitudini che avevo con papà: credevo sempre nella “distinzione”). La Roma quell’anno cominciò a ingranare – simbolicamente, forse ‒ a partire dal gol di Batistuta contro la Fiorentina, un momento decisive, il superamento del confronto col suo passato, col suo vero amore. Rocco a quel punto fece un salto, mancò l’atterraggio, finì addosso a quelli che stavano una o due file di sotto; loro pensarono che si fosse immolato per la gioia. Venne trattato da eroe, portato in trionfo per mezzo settore. Comunque quell’anno scattò qualcosa. Poi in seguito mi riallontanai... e poi non avevo più nessuno con cui andare allo stadio, fino a quando, qualche anno, fa il mio amico Andrea Armellin – un organizzatore di concerti, grande romanista – mi ha proposto lo stadio come occasione per stare insieme, andando in curva Sud. Non abbiamo più smesso.

Facciamo un gioco. Monchi ha capito che, come scout, potresti avere le stesse trovate di genio che hai avuto nell’editoria: e così ti ingaggia, considerandoti un amuleto, lasciandoti massima libertà di scelta (e di budget) per comprare tre giocatori. Chi scegli per la prossima, probabile terza stagione di Eusebio Di Francesco? Chi ci compri?
Non ho i giocatori, ho in mente i ruoli: un difensore centrale, un giovane regista (magari Barella del Cagliari) e... non so, dipende se Schick ce la fa o meno a uscire fuori... sono incerto tra un laterale sinistro giovane e un centravanti che possa crescere nel “dopo Dzeko”. Schick lo sostengo ma non è il mio centravanti ideale. Non so neanche se è un centravanti: è un giocatore di talento che sta crescendo e penso che dovremmo continuare a sostenerlo.

Scrittori e addetti ai lavori laziali: con chi ti senti più a disagio, quando si parla di calcio? Chi è che ti fa più rosicare? Esistono, invece, intellettuali e artisti laziali coi quali ti trovi a tuo agio, nonostante la loro fede? Nomi.
Molti amici laziali, tra scrittori e artisti... Emanuele Trevi, Massiliano Governi, Filippo Tuena, Edoardo Albinati, il caro Valentino Zeichen, un grandissimo intenditore di calcio perché era un grandissimo conosciutore di uomini. Valentino mi manca molto, anche per questo; abbiamo visto tante partite insieme. Aveva il culto di Lichtsteiner, per lui era “luce di pietra”. Ha sofferto molto la sua cessione. Adorava Simeone. A lui piaceva tanto vedere la nazionale, forse anche perché esule istriano. A proposito di laziali, un giorno “litigai” con Marco Lodoli: giocavamo a calcio, anni fa, e Marco – uno di quegli scrittori che amo, penso anzi che Diario di un millennio che fugge sia uno dei più belli del secondo Novecento italiano, e a lui l’ho detto più di una volta – Marco, dicevo, in partita mi fece un’entrata da dietro, diretta: non violenta, ma antipatica. Una di quelle che un difensore fa per dare fastidio all’attaccante. Allora io mi rivoltai e gli dissi qualcosa... al che lui rispose e ci fu uno scambio di battute pungenti. Infine se ne uscì così: “Tu giochi come leggi i libri. Sei legato a un’idea troppo romantica. Continui a parlare bene del Diario anche se ho scritto cose decisamente migliori”. Ecco, questo per me è un classico atteggiamento da laziale. Detto ciò, continuo a pensare che Diario di un millennio che fugge sia uno dei libri più belli della letteratura italiana contemporanea. Invece, mi piace ricordare anche gli amici romanisti. Antonio Gnoli, per cominciare; e poi Francesco Pedicini, Felice Di Basilio, Emanuele Gianmarco della Racconti (con lui ci confrontiamo soprattutto nelle fiere editoriali), Roberto Scarcella, grande romanista genovese, Paola Tavella, Martina Testa e Mirko Zilahy. E poi Pasquale Panella, che ha una visione della Roma assolutamente originale… da Panella. Manlio Cancogni era antijuventino e simpatizzante romanista.

Cosa legge, oggi, un grande tifoso della Roma come te, per tenersi aggiornato o per approfondire questioni pallonare? Sei rimasto legato al “Corriere dello Sport” oppure sei – come me – tra quelli che sono passati ai “quotidiani digitali” dedicati soltanto alla Roma, ormai da una decina d’anni? E che ne pensi di una rivista da calciomani come “Ultimo Uomo”?
Il “Corriere dello Sport” ormai solo al bar. Acquisto ogni tanto “Il Romanista” – oppure lo consulto in versione digitale. E poi, vari altri siti romanisti, come romanews.eu, e diverse pagine facebook giallorosse. Mi divertiva molto per esempio “Gioventù strootmaniana”… “Ultimo Uomo” mi piace molto – rivista di alto livello; e a differenza della massima parte dei siti di informazione sportiva, presentano degli approfondimenti molto interessanti. Mi sembra un esperimento ben riuscito: a questo punto non si può più chiamare esperimento.

TELE+, D+, Stream, Mediaset, Sky, DAZN... in una ventina d’anni le televisioni hanno cambiato parecchie delle nostre vecchie abitudini – profanando ripetutamente l’esattezza del rito domenicale delle 15 e consentendoci, in cambio, di poter seguire la Roma in trasferta comodamente seduti sul divano o sbracati al bar o in pizzeria. Che percorso hai fatto, da questo punto di vista? Hai fatto resistenza oppure hai assecondato questa tendenza del “calcio moderno”?
Non ho nulla di tutto ciò. Le partite in trasferta le seguo tramite gli aggiornamenti internet, oppure al pub, oppure a casa del mio amico Antonio.

Film di calcio: film sul calcio. Quali sono i tuoi preferiti, e perché? Ci racconti quelli che consideri fondamentali o comunque rappresentativi?
Più grande film sul calcio... ho amato Febbre a 90°, perché racconta il legame poetico tra adolescenza e calcio; Maledetto United è un film meraviglioso. Brian Clough e il suo vice, Peter Taylor, creavano una forza, insieme – animavano un progetto totalmente condiviso. Qualcosa del genere succede in casa editrice; per esempio, sta capitando adesso da noi, in Atlantide. Poi recentemente ho visto una serie di calcio su Netflix, parla del Sunderland, una città che vive di calcio, nella stagione in cui dalla B sognava la A e si ritrova in C: una serie spettacolosa. Invece credo che il libro più bello mai scritto sul calcio sia Il mister di Manlio Cancogni: è la storia di Zeman (“Zoran”) proiettato negli anni Trenta, a Roma; il protagonista è il mister di una squadra di quartiere, decisamente antifascista. Manlio aveva sempre fantasticato di scrivere un “ritratto dell’artista come calciatore”. È stato uno dei più grandi intenditori di calcio che ho incontrato. Lui e Valentino Zeichen.



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