Sopravvivere a Sarajevo

Sopravvivere a Sarajevo

Dal mese di aprile del 1992 al mese di marzo del 1996 la città di Sarajevo subisce l’assedio della Jugoslovenska Narodna Armija (Armata Popolare Jugoslava) che, con il sostegno delle forze serbo-bosniache, circonda la città trasformandola in un simbolo per tutto il mondo. Alcuni dati: Sarajevo, situata in una conca del fiume Miljacka, viene circondata da 260 carri armati, 120 mortai e un numero enorme di altre armi di piccolo e medio calibro. Un anello di 60 chilometri rimpinzato di bocche di fuoco: in media un’arma ogni 35 metri. Interrotte le telecomunicazioni, cominciano i bombardamenti e, durante gli anni di assedio, i cecchini si piazzano sui tetti dei palazzi, trasformando ogni abitante di Sarajevo in un potenziale bersaglio. In questi quattro estenuanti anni, la popolazione cerca di sopravvivere fisicamente e mentalmente. E per farlo si inventa meccanismi per produrre luce, per cucinare il cibo, per cucire vestiti. Ma l’uomo non ha bisogno solo di acqua, cibo e medicinali. Ha bisogno anche stimoli cerebrali che lo facciano sentire libero, anche se circondato; che alimentino la felicità, che restituiscano equilibrio a una mente prostrata dal dover badare giorno e notte alla propria sopravvivenza. A questo è servita l’arte in tutte le sue forme, prodotta ed esposta in ogni modo possibile in Sarajevo durante il lungo assedio. A testimoniare che una resilienza è possibile anche in situazioni estreme, in situazioni che potrebbero tornare, visti i tempi bui che ci aspettano, visto il nemico invisibile che ci circonda…

In molti ricorderanno le immagini della biblioteca di Sarajevo in fiamme nell’agosto del 1992. Un tempio del sapere andato in fumo, una ferita insanabile. Eppure, il microcosmo della città assediata, come ha potuto, ha cercato in tutti i modi non solo di sopravvivere, ma di vivere e crescere, per non perdere la lucidità, la speranza e la consapevolezza che una nuova vita sarebbe stata possibile. Le parole chiave racchiuse in questo collage fotografico e di note sono “creatività” ed “equilibrio”, mescolate alle normali attività quotidiane portate avanti con ogni mezzo possibile e a rischio di morte costante dalla popolazione assediata. Nel tentativo di riscaldare cibo e stanze si bruciava di tutto: scarpe di pelle di serpente, mobili, tappeti. Si scambiavano viveri con piccoli lavori manuali, con tagli di capelli. Le sigarette saranno il bene più scambiato e più richiesto. E tra queste minuscole attività vitali, gli artisti creano laddove tutto viene distrutto. Uno sforzo dell’anima per creare gioia. Ecco allora spettacoli teatrali, installazioni artistiche, nel maggio del 1993 viene organizzata la sfilata Miss Sarajevo sotto assedio. “Non potevamo fare nulla per evitare la distruzione della città. Ma c’era in noi una sorta di resistenza: dovevamo mantenere vivo almeno lo spirito della città. Se avessimo lasciato che si smorzasse, Sarajevo sarebbe morta definitivamente.” Così svetta sopra la Miljacka L’uomo che volava sul fiume, enorme installazione dell’artista Enes Sivac, con la speranza che tutti i runner (com’erano chiamati tutti quelli che attraversavano di corsa un ponte sotto la mira dei cecchini) potessero vedere l’opera e, da questa, trarre coraggio e speranza.



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