“It’s alive! It’s alive!” – Frankenstein, o il romanzo Prometeo

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Il 1816 fu definito “l’anno senza estate” perché flagellato da piogge e freddo causati dalle circa 100 milioni di tonnellate di zolfo e ceneri proiettate nella stratosfera dall’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, che aveva causato 200.000 morti nell’aprile 1815. Un evento catastrofico che non ebbe solo pesantissime ripercussioni sul clima a livello globale (ripercussioni che durarono per molti anni), ma che – incredibilmente – segnò la storia della letteratura.




Fu a causa della pioggia incessante infatti che il gruppo di giovani intellettuali europei ospiti di lord George G. Byron, ricchissimo letterato e dandy scandaloso, nella villa Diodati di Cologny, sulle rive del lago di Ginevra, in quel giugno 1816, fu costretto a trovare un modo di vincere la noia, ideando una sorta di gioco di società letterario. Già da qualche sera Byron, il suo medico John W. Polidori, il promettente poeta Percy Bysshe Shelley, la sua compagna diciottenne Mary Shelley e la di lei sorella maggiore Claire Clairmont si dilettavano, oltre che con l’alcol e il sesso, con la lettura di storie di fantasmi, e quindi nacque l’idea di fare a gara a scrivere storie spaventose (Adriano Angelini Sut ha dedicato al racconto di quelle serate il suo Mary Shelley e la maledizione del lago). La giovane Mary si sentiva inadeguata, priva di idee (e mortificata per questo, fiera com’era) ma qualche notte dopo finalmente ebbe l’ispirazione che portò a questo monumentale romanzo: però la strada per arrivare a Frankenstein o il moderno Prometeo era ancora lunga.

Influenzata dalla lettura (probabilmente suggerita da Polidori) di articoli sulle teorie di Erasmus Darwin e sugli esperimenti di Luigi Galvani e Giovanni Aldini e dall’aver visitato nel 1814 il castello Frankenstein nei pressi di Darmstadt (circostanza questa scoperta dallo studioso Radu Florescu e confermata da A. J. Day, mentre Jörg Heléne la ritiene una balla costruita ad arte), dove aveva vissuto un nobile chiamato Conrad Dippel che aveva fama di alchimista e di cui si raccontavano terribili storie di esperimenti su cadaveri, la Shelley costruisce una storia multistrato imperniata sulla figura di uno scienziato (Frankenstein, appunto, che è il creatore e non la creatura come crede il grande pubblico) che prova a sconfiggere la morte ma così facendo scatena una forza oscura e letale. Il riferimento a Prometeo, il titano della mitologia greca che ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, per la Shelley ha una connotazione quasi del tutto negativa e – attenzione – non è originale, perché già Immanuel Kant lo aveva adoperato per riferirsi a Benjamin Franklin e alle sue scoperte sull’elettricità. La stesura del romanzo terminò nell’aprile 1817, ma la giovane autrice dovette affrontare una ulteriore dura prova, oltre ai suicidi della sorellastra Fanny e della prima moglie di Percy, Harriet, avvenuti durante la scrittura: nessun editore voleva pubblicare quella storia morbosa, firmata oltretutto da una giovane donna. Dopo una serie impressionante e umiliante di rifiuti, la Shelley dovette adattarsi a pubblicare il suo libro d’esordio per il piccolissimo editore londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor & Jones (in tre volumi tirati in 500 copie) e in forma anonima con una prefazione di Percy Bysshe Shelley, così che tutti pensassero fosse lui il vero autore.

Solo nel 1831 – dopo un lusinghiero successo, buone critiche e qualche riduzione teatrale – il romanzo poté uscire in un unico volume (per i tipi di Henry Colburn & Richard Bentley, stavolta) e firmato da Mary Shelley, che però volle rivedere alcuni punti rendendolo più “morbido” per evitare ulteriori problemi. Sono numerose le modifiche: per esempio la diversa scansione in capitoli della prima parte, le diverse origini del personaggio di Elizabeth Lavenza (non più cugina di Victor e perciò meno scandalosa da amare e sposare), i riferimenti espliciti di Victor al galvanismo. È quella del 1831 la versione più diffusa del romanzo, ma bene ha fatto Neri Pozza – in occasione del bicentenario della pubblicazione – a proporci la prima e più “irruenta” versione dell’opera, da molti ritenuta non a torto più “vera” e interessante.

Sono molti i libri dedicati a questa opera o alla potenza iconografica della creatura di Frankenstein, tanti anche quelli che raccontano la vita tormentata della Shelley: tra tutti imperdibili La ragazza che scrisse Frankenstein di Fiona Sampson e il bellissimo Mary e il mostro di Lita Judge, una sorta di diario in versi raccontato in prima persona dalla Shelley e illustrato a tutta pagina da bellissimi acquerelli in bianco e nero (il testo è stampato sopra alle illustrazioni). Una particolare attenzione al lavoro di Mary Shelley, simbolo dellemancipazione femminile, è naturalmente arrivata da studiose e letterate: per restare solo in Italia, Lisa Ginzburg le ha dedicato il suo essay Pura invenzione e Anna Maria Crispino, Sara De Simone, Silvia Neonato, Giovanna Pezzuoli, Carla Sanguineti e Marina Vitale diversi saggi di approfondimento.

Sin dagli albori della settima arte la potenzialità enorme della storia della tormentata creatura di Frankenstein non è sfuggita ai cineasti. Il primo adattamento cinematografico arriva nel 1910 grazie a J. Searle Dawley, con Charles Ogle nei panni del mostro. Nel 1915 Joseph W. Smiley ambienta la storia in tempi moderni e dà il volto della creatura a Percy Standing, che ottiene un successo enorme con questo ruolo: purtroppo il film è andato perduto. Nel 1921 arriva addirittura una versione italiana, intitolata Il mostro di Frankenstein, diretta da Eugenio Testa e interpretata da Umberto Guarracino. La prima versione sonora al cinema è anche quella più famosa della storia: il Frankenstein del 1931 della Universal, diretto da James Whale e con un immenso Boris Karloff nel ruolo della creatura e con il make-up che è entrato definitivamente nell’immaginario collettivo, tanto da essere utilizzato nel 90% degli innumerevoli film seguiti (qui la lista quasi completa). Tra i quali merita una segnalazione soprattutto Mary Shelley’s Frankenstein, che fa parte del 10% diverso dal canone, diretto e interpretato da Kenneth Branagh nei panni di Victor e da Robert De Niro in quelli della sua creatura nel segno di una rinnovata fedeltà al libro.



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