Carlo Cassola e le cose ai margini

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Carlo Cassola nasce a Roma il 17 marzo 1917. Trascorre l’infanzia in una semiperiferia anonima, dove i palazzi umbertini si alternano a villette liberty e a degradate zone di baraccati , dimostrando sin da subito una naturale inclinazione all’isolamento. Ma soprattutto acquisendo in fretta la consapevolezza che quel sentirsi diverso dagli altri ragazzini della sua età può giocare a suo vantaggio: “La mia fu un’infanzia solitaria […] ma non triste: perché appresi presto a gustare i piaceri della solitudine, primo fra tutti il piacere di fantasticare”.




Riceve un’educazione religiosa nonostante i genitori non siano credenti e, a differenza dei suoi fratelli tutti educati all’interno delle mura domestiche, frequenta le scuole pubbliche. Durante i primi anni ad accompagnarlo a scuola è la balia di casa, Anna Bandini, una ragazza dalle umili origini, punto di riferimento importante per il piccolo Carlo, anche perché si sostituisce in tutto e per tutto alla madre morta di influenza spagnola poco dopo il parto. Quando la ragazza se ne andrà di casa per sposarsi Carlo ne soffrirà terribilmente e quella figura femminile ‒ così modesta e così diversa dalla famiglia borghese in cui è cresciuto ‒ rimarrà talmente impressa nella mente del ragazzino da essere ispiratrice per la caratterizzazione del personaggio di Anna, protagonista di Paura e tristezza.

Nel 1927 inizia il ginnasio presso il Liceo “Torquato Tasso” e continua gli studi al liceo “Umberto I”. Sono gli anni in cui – a parte alcuni professori dei quali serberà un caro ricordo – maturerà la convinzione che scuola sia un’esperienza “fallimentare, tanto da fargli invidiare la condizione degli autodidatti […]”. Di quegli anni Cassola ricorda che leggeva solo Pascoli, ma ricorda soprattutto il disgusto per la letteratura, un disgusto che gli veniva dai classici e da come gli erano proprinati. Dovrà scoprire gli scrittori contemporanei perché la letteratura possa cominciare ad apparirgli come una cosa viva, ma i contemporanei non sarà la scuola a farglieli conoscere, dovrà scoprirli da sé, al più con l’aiuto di qualche amico”. Ed è proprio grazie al suo grande amico dell’epoca Ruggiero Zangrandi che Cassola si avvicina alle esperienze letterarie delle riviste vicine al fascismo come “Anno XII” diretta da Vittorio Mussolini. L’innamoramento iniziale per le idee fasciste però svanisce presto e il giovane Cassola manifesta un’attenzione particolare per i problemi della vita quotidiana e quell’interesse per le cose “ai margini” che caratterizzerà gran parte della produzione letteraria dello scrittore romano. Sono gli anni tra il 1935 e il 1936, il conflitto etiopico infiamma gli animi mentre Cassola prende sempre più le distanze dagli ambienti fascisti; la guerra non lo entusiasma e assieme all’amico d’infanzia Manlio Cancogni inizia un percorso di crescita e formazione che lo porterà a maturare la vocazione di scrittore. Una formazione ‒ scrive Cassola ‒ che la scuola non può dare: “Per acquistare un’autocoscienza, e quindi una coscienza poetica, i bambino dovrà diventare grande. Solo allora si renderà conto che ciò che gli è stato insegnato a casa o a scuola è tutto da buttar via […] che la sola parte viva della letteratura è la poesia. E che la poesia è possibile solo se si esprime quello che si prova”.

Matura e si definisce la poetica di Cassola: i problemi ideologici e politici, i drammi sentimentali e “le angosce della fede perduta” hanno poca importanza: ciò che resta di davvero autentico è la vita. “[...] la sostanza quotidiana della vita, ciò che è vero, immutabile, essenziale della condizione umana”. Sono gli anni tra il 1937 e il 1940. Dopo aver terminato il servizio militare e dopo aver conseguito la laurea in legge, Cassola inizia a frequentare un gruppo di intellettuali che gravitano attorno a Firenze. Fra essi Paolo Cavallina, direttore della rivista “Rivoluzione”. Proprio su questa rivista escono La visita, Il soldato e Il cacciatore, tutti pubblicati nel 1939. Dopo l’8 settembre, entra in contatto con gruppi di comunisti attivi nel Volterrano partecipando alla Resitenza pur non condividendone in toto l’ideologia. Da questa esperienza nasce lo splendido Fausto e Anna, pubblicato per la prima volta nei “Gettoni” Einaudi nel 1952. Successivo alla morte della moglie e anch’esso largamente autobiografico Il taglio del bosco,scritto tra il 1948 e il 1949 ma pubblicato solo nel 1954.

Sono proprio gli anni Cinquanta i più fecondi per l’autore romano. Trasferitosi a Grosseto inizia a collaborare al “Mondo” e al “Contemporaneo”, si sposa con Giuseppina Rabagli e riprende ad insegnare storia e filosofia al liceo scientifico; dalla collaborazione con il direttore della biblioteca comunale Luciano Bianciardi nasce uno studio sui minatori della Maremma, pubblicato da “Nuovi Argomenti”, poi ampliato e ripubblicato nel 1956 nei Libri del tempo per Laterza. Del 1960 il riconoscimento più alto: Cassola vince il Premio Strega con La ragazza di Bube, eppure proprio in questa circostanza – in occasione della presentazione dei libri che avrebbero partecipato allo Strega – Pier Paolo Pasolini (presentatore del concorrente Italo Calvino) attacca neanche troppo velatamente l’opera di Cassola denunciando il “sopravvento dei neopuristi, dei socialisti bianchi […] della restaurazione dello stile”da parte delle nascenti avanguardie. Un critica dura che, assieme all’ormai famoso epiteto di “Liala63” coniato da Edoardo Sanguineti e Giorgio Bassani, colpisce duramente e mette in crisi un Cassola già sulla strada del cambiamento e di una profonda revisione della propria produzione letteraria. Questo nonostante la fortuna del romanzo ‒ di cui Luigi Comencini acquista i diritti prima della premiazione per ricavarne l’omonimo film che uscirà nel 1963 ‒ e nonostante la riapertura del vero caso “Bube” a cui Cassola si è ispirato. Lo scrittore si occupa personalmente della scarcerazione di Renato Ciandri, ottenendola nel 1961.

Il ritorno alla vecchia poetica, alla narrativa esistenziale, vede nel 1961 la pubblicazione di Un cuore arido e l’abbandono di ogni interesse politico per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Del 1964 il già citato Il cacciatore e del 1966 Tempi memorabili, entrambi pubblicati con Einaudi. La storia di Ada è un romanzo breve uscito sempre per Einaudi assieme al lungo racconto Una maestra con la quale entra nella cinquina del Premio Campiello. Nel 1968 viene finalmente pubblicata Ferrovia locale, “punto limite della narrativa di Cassola”in cui è palese la ripresa della poetica elaborata in gioventù, l’attenzione alle cose semplici, le cose “ai margini”, in cui i molteplici personaggi, ognuno con le proprie preoccupazioni, progetti e speranze, sono accomunati da “l’implicita aspirazione, in tutto ciò che si compie, ad una qualche felicità”. La collaborazione con il “Corriere della Sera” prosegue fino al 1973 con i suoi “Fogli di Diario”; nel 1970 esce Paura e tristezza e tre anni dopo Monte Mario, che segna il passaggio di Cassola alla casa editrice Rizzoli e con il quale entra nella rosa della Selezione Campiello. Del 1976 L'antagonista, con il quale vince il Premio Bancarella. Sono gli anni dell’impegno antimilitarista iniziato con la pubblicazione di L'ultima frontiera e continuato con la campagna per il disarmo e la partecipazione nel novembre del 1976 al XVII Congresso del Partito Radicale, dove pronuncia l’intervento Per il disarmo unilaterale dell’Italia. Muore a Montecarlo di Lucca il 29 gennaio 1987, nella campagna toscana dove ha conosciuto e sposato la sua terza moglie e dove ha forse realizzato un desiderio confidato anni addietro in una lettera al Cancogni:”[...] il mio rifugio finale sarà una casa in campagna”.

I LIBRI DI CARLO CASSOLA



 

 

 

 
 
 
 
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