Cesare Pavese

Cesare Pavese
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"La vita di ogni artista e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre  a chiarezza i suoi miti".

Cesare Pavese nasce il 9 settembre del 1908 in un cascinale di campagna vicino a Cuneo, anche se la sua famiglia - il padre è cancelliere preso il Palazzo di Giustizia, la madre figlia di commercianti benestanti - si trasferisce ben presto a Torino, in città. La nostalgia per la vita di campagna, sebbene quest'ultima appartenga solo ai primissimi anni della sua vita e ai periodi di vacanza, gli rimarrà appiccicata addosso per sempre, tanto che giunse a scrivere “Vivere in un ambiente è bello quando l’anima è altrove. In città quando si sogna la campagna, in campagna quando si sogna la città”. La sua infanzia è funestata da gravissimi lutti: la sorella maggiore e due fratelli minori muoiono da piccoli, e suo padre viene a mancare per un cancro al cervello quando Cesare ha solo 6 anni. Nel 1923 entra al liceo D'Azeglio: è il periodo delle amicizie profonde (qui incontra Tullio Pinelli, al quale indirizzerà una lettera di addio prima del suicidio) e dei primi amori (celebre l'episodio della grave pleurite beccata per fare le poste sotto la pioggia a una cantante ballerina di varietà, citato anche dal cantautore Francesco De Gregori nella sua canzone "Alice": "...e Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina"). Risale al 1926 la fascinazione per il suicidio, dopo la morte di un suo compagno di classe, Elio Baraldi, che si era tolto la vita con un colpo di pistola: nel 1927 scrive i seguenti versi: "Sono andato una sera di dicembre/ per  una stradicciuola di campagna/ tutta deserta, col tumulto in cuore./ Avevo dietro una rivoltella". Frequenta la Facoltà di  lettere dell'Università di Torino e studia con passione l'inglese e la Letteratura americana (la sua controversa e pionieristica tesi di laurea del 1930 sarà "Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman"): in questo periodo incontra Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Giulio Einaudi. Muore la madre, e il giovane Pavese inizia a lavorare come traduttore per mantenersi: uno dei suoi primi incarichi riguarda Moby Dick di Herman Melville. Scrive poesie, ottiene qualche supplenza nelle scuole di Bra, Vercelli e Saluzzo, si iscrive controvoglia al Partito Fascista nella speranza di trovare un impiego stabile. Nel 1934 ottiene da Giulio Einaudi la direzione della rivista "La Cultura" e pubblica la sua prima silloge, Lavorare stanca. Nel 1935 viene trovata tra le sue carte durante una perquisizione una lettera di Altiero Spinelli - detenuto per motivi politici - diretta a una sua ex, che aveva chiesto a Cesare di usare il suo indirizzo per la corrispondenza. Accusato di antifascismo, Pavese viene arrestato e condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. "Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un'inutile castità": lo zibaldone a cui fa riferimento il poeta raccontando le sue vuote giornate di confino è un diario che diventerà in seguito Il mestiere di vivere. Dopo un anno Pavese ha il permesso di tornare a Torino: qui riprende il lavoro come traduttore ai massimi livelli per Bompiani, Mondadori ed Einaudi. Lo scoppiare della guerra nel 1940 lo trova affettuosamente legato con una giovane studentessa ricca di nome Fernanda Pivano, che però rifiuta ben due sue proposte di matrimonio. Riformato dal servizio militare per una grave forma di asma, si trova bloccato nella Torino occupata dai tedeschi e bombardata dagli Alleati: dopo l'8 settembre si rifugia a Serralunga di Crea, dove la sorella Maria è già sfollata. Dopo la Liberazione, deve affrontare il senso di colpa per non aver aderito alla lotta partigiana come tanti suoi amici, morti eroicamente: Leone Ginzburg, Giaime Pintor, Luigi Capriolo, Gaspare Pajetta. Si iscrive al Partito Comunista Italiano e inizia a collaborare con L'Unità: in redazione conosce Italo Calvino, vive nuovi amori ma non sconfigge la profonda malinconia che lo tormenta: "Torino, Roma. Bruciato quattro  donne, stampato un libro, scritte poesie belle (...). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest'anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti  ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa  per qualcuno?". Non lo consola nemmeno il Premio Strega che riceve nel giugno del 1950 per La bella estate. Il 27 agosto di quello stesso anno il cadavere di Cesare Pavese viene trovato sul letto di una stanza dell’Albergo Roma, a Torino: ha ingerito sedici bustine di un barbiturico. Su una copia del suo Dialoghi con Leucò che ha voluto vicino a sé nella morte lascia scritta la celebre frase "Perdono tutti  e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Ha solo 42 anni.

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