Grazia Deledda, un Nobel da autodidatta

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Sembrava che l’orizzonte le fosse precluso da quella cornice di montagne aspre e deserte che cingevano quel lembo di terra avara su cui sorgeva la città di Nuoro, in cui Maria Grazia Cosima Deledda, quinta di sette figli, era nata nel 1871 in una famiglia benestante. “Un grosso villaggio” – per usare le sue stesse parole – “tanto pittoresco quanto disgraziato”. Quasi la natura avesse issato quel fondale impervio e selvatico per contenere la sua indole irruente e anticonformista, per ammansire le sue ambizioni letterarie nella tranquillità isolata e silenziosa dell’arcaica atmosfera agreste in cui ribollivano i suoi sogni.




In famiglia la osservavano con stupore e incomprensione mentre si rifugiava nelle letture di Dumas e Balzac, di Byron e Scott, di Dostoevskij e Tolstoj. I genitori guardavano con scetticismo alla sua mania di scrivere, poiché aveva frequentato gli studi solo fino alle scuole elementari e si esprimeva quasi esclusivamente in dialetto. Soprattutto si chiedevano come avrebbe mai potuto trovare marito, dal momento che non era né bella né ricca, né civettuola né docile. Ma Grazia Deledda era dotata di un carattere ardito e tenace, in virtù del quale riuscì a evadere dall’ambito in cui viveva ristretta, a sposarsi, a coronare le proprie ambizioni letterarie contro tutto e tutti. A testimoniarlo è tra gli altri documenti una lettera inviata al prestigioso intellettuale Angelo de Gubernatis, in cui nel 1896 alla vigilia del romanzo La via del male che le avrebbe dato notorietà nazionale gli scriveva: “Ho la coscienza di aver fatto una cosa non sciocca, non nevrotica, non morbosa, come la maggior parte della produzione femminile italiana”.

La precoce vocazione di scrittrice la condusse a pubblicare novelle e romanzi d’appendice su riviste locali. Ma quello che riversava sulla pagina non era un grido del cuore, lo sfogo di una giovinetta sensibile e appassionata. A disciplinare il suo apprendistato fu invece l’influsso della narrativa verista. Sull’esempio di Giovanni Verga, la Deledda si chinava a osservare con commossa partecipazione la condizione sociale del suo popolo. Grazie a lei, accanto ai pescatori e ai contadini siciliani ora assumevano dignità letteraria anche i pastori della Barbagia, i garzoni delle fattorie sperdute alle falde del Gennargentu e dell’Orthobene, le massaie che ravvivano assieme al focolare domestico le antiche tradizioni sarde.

Preceduta dalla fama che si era ormai diffusa in tutta l’isola, nel 1899 per la prima volta la giovane varcava i confini del nuorese e si recava a Cagliari. Vi conosceva il funzionario statale Palmiro Madesani, lo sposava e l’anno successivo si trasferiva con lui a Roma. È da questo momento felice la collaborazione con le riviste “La Sardegna”, “Piccola rivista” e “Nuova Antologia”, che la critica iniziò ad interessarsi alle sue opere. Si apriva per lei la miglior stagione creativa, costellata dalla pubblicazione di Cenere (da cui viene tratto anche un film interpretato da Eleonora Duse), L’edera, Canne al vento, Marianna Sirca, L’incendio nell’uliveto, La madre. Romanzi in cui la narrativa verista accantona le tematiche economiche per dare spazio a quelli del tramonto delle norme morali che informavano gli affetti famigliari. Dalla lacerazione dei legami tra genitori e figli alla mancata coesione tra coniugi o tra amanti. Nelle sue opere risulta evidente il salto compiuto dal verismo a una sorta di realismo coscienziale, in cui la vita si presenta come il luogo di un violento urto prodotto dal nuovo ordine sociale che disorienta gli uomini e li induce a guardare il mondo senza offrire loro una chiave di lettura logica o comunque utile ad affrontarlo. La scrittura della Deledda si pone a sua volta nell’irresolutezza dettata dalla forza drammatica degli episodi in cui la coscienza esplode, adombrando come unico principio riconoscibile e degno di valore il sacrificio di sé.

Grazie a lei ‒ prima e tuttora unica donna italiana e seconda donna in assoluto ‒ nel 1926 l’Italia tornava a conquistare un Premio Nobel per la Letteratura. L’ultimo era stato conferito a Giosuè Carducci nel lontano 1906. La Commissione del Nobel premia la Deledda “per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi” e lei ritira il premio, come nota la stampa svedese del tempo, senza l’ombra di un sorriso. Nel 1937 viene pubblicato il suo romanzo autobiografico Cosima: postumo, perché Grazia Deledda muore a Roma il 15 agosto 1936. Riposa nella Chiesa della Solitudine di Nuoro, tante volte descritta nei suoi romanzi. Un cratere del pianeta Venere porta il suo nome. Ricorrenze che avrebbero meritato maggiore attenzione e ben più celebrazioni. Perché le ricorrenze costituiscono pur sempre un’utile opportunità per soffermarsi a riflettere là dove non lo si è fatto ancora abbastanza.

I LIBRI DI GRAZIA DELEDDA


 

 

 
 
 
 
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