Sebastiano Vassalli, genealogia dell’italiano

Articolo di: 

Questione di punto di vista, di prospettiva “ingiusta” e scorretta. Per accompagnarsi a Sebastiano Vassalli forse si dovrebbero visitare i luoghi foucaltiani della genealogia e delle relazioni di potere, abitare per qualche attimo intersezioni con il senso storico e la storia degli storici in Nietzsche. Spunto per un lavoro a venire, può essere intanto un’anticamera di presentazione.




Sebastiano Vassalli nasce a Genova nel 1941 da un padre “infame autore dei miei giorni”, dedito alla borsa nera negli anni del fascismo, e da una madre “altro campione d’umanità”. Coppia male assortita: presto sfumati, sostituiti da nuovi tutori. Sebastiano cresce a Novara, dopo il liceo frequenta l’università a Milano. Si laurea con Cesare Musatti, una tesi tra arte e psicanalisi, di fronte a una commissione che comprende un irritato Gillo Dorfles (che lo voleva bocciare) e il grecista Raffaele Cantarella che si addormenta. Come pittore, si accosta al Gruppo 63, esponendo anche in qualche galleria. Ma presto, sentendosi inadeguato, se ne allontana. Il primo a scoprire il suo lavoro letterario (con Tempo di Màssacro) è Italo Calvino. Con La notte della cometa, Giulio Einaudi si accorge di lui, ma lo ignora anche, o ci litiga, o prova a mangiarselo come “Saturno con i suoi figli”. Poco prima di morire, Vassalli è candidato al Nobel per la Letteratura, ma in Italia la notizia passa in sordina.

Vassalli ha scritto dell’Italia e dell’italiano, architettandone una genealogia in divenire e mettendo il cucchiaio in scomode minestre. Paradigmatico nel suo narrare è l’accostarsi al dato vicino per poi allontanarsene bruscamente, e nella distanza mettere a fuoco, nella parodia spinta all’estremo individuare tratti essenziali. Attività diagnostica, diagnosi dell'attualità. “Vanità delle vanità”, recita il Qoelet, uno dei sette passi nel racconto dell'amor de lonh che Vassalli pubblica nel 1997 (Amore lontano). È la poesia a imbrigliare in trama di parole la vita: è la poesia autentica – non quella degli scrittori di poesie – che s’attacca alla carne del mondo, ne subisce la violenza, si fa attraversare da essa e poi rilascia pulviscolo luminoso, si astrae, punta a guardare il firmamento, evade come Antonia di fronte ai suoi esecutori, come Mattio insieme a Marco col naso all’insù verso il firmamento. Lo sguardo si allarga. Questo è il respiro della poesia autentica e autentico poeta è stato Dino Campana, tra gli interstizi della cui vita Sebastiano Vassalli si è immerso, per farsene un fido compagno di viaggio (un refuso in una lettera di Campana permette l’affermazione ideale di un’amicizia cronologicamente impossibile, vedi Vassalli nella sua introduzione ai Canti Orfici) , per avvicinarne l’odio come l’amore, il viaggio e la reclusione, il corpo ferito e palpitante di vita.

I poeti conclamano il vero/ lasciamoli al loro linguaggio, l’esempio/ del loro vivere nudo […] hanno un corpo per tutti/e un universale memoria, scriveva Alda Merini. Corpo di strega, corpo di poeta, corpo di matto: inadeguato. Sono margini porosi, intorno ai quali si compone la storia e le storie in passaggi di crisi, di mutamento considerato epocale, e poi sfumato nell’oblio della nebbia che nasconde Zardino, e rivela un’autostrada. Nel mutamento, nella crisi, si affermano nuovi discorsi di Scienza e Verità. La strega si forma nell'interesse e nel vocabolario medico, la mafia viene nominata dai luoghi di potere del Nord Italia. Si procede alla nuova organizzazione del mondo, alla sua istituzionalizzazione. Si pensi alla psicanalisi, si pensi ai nuovi mercati, si pensi alle avanguardie letterarie e alla società letteraria che produce l’industria del cadavere, là dove l'autore si distacca dal libro, entrambi trattenuti statici nella lode o nell’infamia: l’arte è mondanizzata, “(…) non solo nel senso di negarne la natura di ponte gettato sull’infinito, o di ombra di eternità, ma anche di organizzarne la presenza nel mondo facendola diventare normale, uno dei tanti traffici – con relativa carriera – che accompagnano e riempiono la vita degli uomini”. Allora il folle diventa folle nel vocabolario della società, mentre si muove in frammenti, accenni fuggevoli, assenze: nel sublime. “E ancora ti chiamo, ti chiamo Chimera”.

Nel corpo del romanzo vassalliano scopriamo una dinamica di movimento per focalizzazione interna (l’occhio del personaggio: da Antonia a Mattio, a Timodemo di Un infinito numero) ed esterna (il quadro che si compone agli occhi dell’autore: la nebbia della Bassa che rivela Zardino agli occhi del narratore). Questo dialogo di focalizzazioni è documentario, ma è anche del cantastorie che entra in scena con una cornice d’introduzione, e fa emergere piano piano la storia da raccontare. “Questo era dunque l’uomo, o il suo romanzo”. Nel mutamento, negli snodi della storia gli italiani sono colti nei loro affanni e nelle loro pene, nel trasformismo che li caratterizza. Ecco Michel Foucault: “Il senso storico, come Nietzsche l'intende, sa di essere prospettiva, e non rifiuta il sistema della propria ingiustizia. Questo sguardo sa dove guardare e cosa guardare. La wirkliche Historie effettua, nella verticale del luogo in cui si trova, la sua genealogia”. C’è verticalità nel raccontare di Vassalli, e necessaria stratificazione (ma non stasi). C’è un tenace aderire al corpo del mondo che si veste di odio, di conflitto violentissimo, che si imprime nel corpo dell’osservatore: il corpo di Antonia, la strega che brucia de La chimera; il corpo del figlio del calzolaio che si autoevira per risollevare le sorti dell’umanità in Marco e Mattio; il corpo di Dino Campana, vessato dagli elettroshock, ne La notte della cometa. C’è il linguaggio del vivere nudo.

Si aggiungeva: diagnosi dell’attualità. Vassalli è genealogista e “un po’ storico”, assume prospettive focalizzanti quando de-costruisce il soggetto affermantesi nei discorsi di potere, di verità e di scienza. “Là dove l’io s’inventa un’identità o una coerenza, il genealogista parte alla ricerca degli innumerevoli inizi che lasciano quel sospetto di colore, quella traccia quasi cancellata che non potrebbe ingannare l’occhio un po’ storico; l’analisi della provenienza – Herkunft – permette di dissociare l’Io e di far pullulare nei luoghi della sua sintesi vuota mille avvenimenti perduti”. Per minime deviazioni e rovesciamenti completi, abitano i luoghi dei romanzi di Vassalli ecclesiastici tormentati, politici e uomini di potere di plastilina, folla di bocche spalancate e opinioni masticate e vomitate; abita “l’infame autore dei miei giorni”, il padre il Merda in mille trasformazioni/identità fasulle/tronfi inganni/ patriarcali aberrazioni; abita Marco, l’Ebreo errante in attesa del ritorno del Messia; abita l’inquieto Virgilio in fuga dalla Fama onnivora e potente. Nel corpo si iscrivono gli avvenimenti perduti, passati, le “lotte insormontabili”. Nell’interstizio si produce l’emergenza, in Nietzsche l’Entstehung: in uno spazio non-luogo, un teatro su cui salgono forze, campi di forze in conflitto, processo di dominazione in dominazione. Accostando l’attività del genealogista nel suo fuggire il fissarsi su un presunto senso sovrastorico – questo era ciò che Nietzsche, per Foucault, rimproverava alla storia tradizionale – alla narrazione di Vassalli, lo abbiamo detto, in un tentativo di anticamera alla sua poetica e al suo occhio un po’ storico, troviamo in ambedue l’acutezza di uno sguardo che “distingue, distribuisce, disperde, lascia giocare le differenze e i margini, sguardo dissociante capace di dissociarsi lui stesso […] nel divenire”.

Allora soffermiamoci, in chiusura, sul silenzio del bosco degli etruschi, là dove si dispiega la condizione di possibilità di un infinito numero. Là dove la narrazione, la parola scritta si immerge nel suggerire frammenti di un’esperienza che deborda il rigo, la pagina, scardina, muta, illumina e scompare prima di essere fissata. Lasciamo scorrere tra le vene del bosco e la pietra di templi dimenticati il canto etrusco, il racconto senza scrittura. D’altra parte, bisognerebbe “ragionare come un etrusco” per avvicinarsi all’Urobòros: il serpente che si morde la coda. E ritornano le parole di saggezza del Qoelet: “Il sole sorge e il sole tramonta, ciò che è stato sarà e ciò che è stato fatto si rifarà. Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Tra il carnale peso delle lacrimae rerum e siderali contemplazioni, aderenza al dato vicino e brusco allontanamento, l’inquietudine porosa di Vassalli si pone in ascolto del mistero della parola. Al di fuori dell’uomo, erbe, insetti, montagne, mondi lontani: vita in trama di parole, vita che “non appartiene più a un corpo, né a un tempo, né a un’epoca”.

I LIBRI DI SEBASTIANO VASSALLI



 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER