William McIlvanney: la scrittura fatta con le mani

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Nato nel 1936 a Kilmarnock, figlio di un povero minatore, William Angus McIlvanney grazie ai sacrifici della famiglia è arrivato a laurearsi alla Glasgow University. Forse proprio a causa delle sue umilissime origini i personaggi di McIlvanney “guardano in macchina” mentre l’autore li fotografa, e un breve, fuggevolissimo sorriso da persone che sanno cos’è la fatica di tirare avanti nonostante tutto gli illumina lo sguardo malinconico come uno squarcio di sole nel cielo sempre nuvoloso della loro Scozia. Più esistenzialista che socialista, McIlvanney non smette di sottolineare l'importanza dell'azione collettiva e della solidarietà e pensa che la ricerca di ogni uomo debba concludersi con una realizzazione di se stesso attraverso l'autenticità. E autenticità dona a piena mani, con una scrittura tesa e commovente che ricorda molto il cinema di Ken Loach.



All’epoca del suo romanzo d’esordio Remedy is none (ancora inedito in Italia), il 1966, McIlvanney fa l’insegnante da circa sei anni, prima alla Irvine Royal Academy e poi alla Greenwood Academy di Dreghorn. È sposato (ma un divorzio incombe) e ha due figli, Siobhan e Liam. La vittoria al Geoffrey Faber Memorial Prize l’anno successivo lo spinge a continuare a scrivere e arriva Il regalo di Nessus, ma solo nel 1975 con il suo terzo libro Docherty l’insegnante scozzese trova la forza di mollare la cattedra e mettersi a fare lo scrittore a tempo pieno. Il grande successo di Come cerchi nell’acqua, primo episodio della saga di Jack Laidlaw, taciturno e amareggiato detective della polizia scozzese sembra dargli ragione, ma questo del 1977 rimarrà il suo romanzo più venduto.

L’opera di McIlvanney meriterebbe miglior fortuna, su questo non ci piove. Non ha aiutato la carriera dello scrittore scozzese la sua proverbiale scarsa prolificità, che gli ha forse impedito di “far girare” il suo nome in ambiti più vasti di un appassionato zoccolo duro di lettori: in fondo sette romanzi, un’antologia di racconti, un saggio e qualche poesia in 25 anni non sono i numeri di uno stakanovista della scrittura. Oltretutto le opere non sono distribuite in modo costante, ma concentrate in periodi di tempo evidentemente benedetti da una fecondità più viva, alternati a parentesi (dal 1968 al 1983 solo due opere, ad esempio) di inattività letteraria apparente (le vicende della carriera accademica di McIlvanney hanno senz’altro influito non poco su questa incostanza).

Il sequel di Come cerchi nell’acqua, Il caso Tony Veitch, arriva nel 1983 ed è seguito a relativa breve distanza, nel 1985, dall’appassionata epopea popolare di The big man e dall’antologia Feriti vaganti nel 1989. Deluso dalle deludenti vendite McIlvanney intanto fa altri lavori: alla BBC, al quotidiano “Scotland on Sunday”, organizza corsi di scrittura creativa (a tal proposito amava dire: “Non è proprio possibile insegnare alla gente a scrivere: al massimo si può sperare di spingerli a leggere”). Nel 1991 esce Strane lealtà, il capitolo forse più struggente e riuscito della trilogia di Laidlaw, e nel 1996 il complesso romanzo La fornace. Dieci anni dopo esce Weekend, il suo ultimo romanzo.

Celebrato da molti come “il padrino del Tartan”, William A. McIlvanney non ha mai amato questa definizione, l’ha sempre commentata con una certa ironia mista ad amarezza. Il 5 dicembre 2015, dopo “una breve malattia”, lo scrittore scozzese è morto. Aveva 79 anni.


I LIBRI DI WILLIAM MCILVANNEY

 

 
 
 
 
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