Un caffè con... Gabriele Dadati

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Gabriele Dadati è un professionista del testo. Legge con attenzione, scrive testi, li propone, ne discute, li emenda… e finora questo gli ha dato vivere nelle maniere più disparate. Ha pubblicato varie cose (con peQuod, Laurana, Gaffi e Hacca, tra gli altri), ha scritto sceneggiature e un paio di volte ha addirittura fatto il ghost writer. Ha lavorato come editor per Laurana, insegna alla Bottega di narrazione con Giulio Mozzi, adesso e uno dei papà del Papero.




A proposito di caffè, se potessi sederti a un tavolo con altri scrittori chi chiameresti a raccolta?
Mi piacerebbe sedermi con Dante e interrogarlo soprattutto su una cosa: le sue letture. Qual era, nel dettaglio, la sua biblioteca mentale? Quali erano quei titoli – pochissimi, in realtà – che conosceva quasi a memoria? Come e dove li aveva letti? A che età? Che effetto aveva fatto ciascuno di essi su di lui? In un'epoca, la nostra, in cui si legge moltissimo e di fretta, vorrei conoscere nel dettaglio il percorso di un grande scrittore vissuto quando si leggeva poco, ma meticolosissimamente.

Come “ostetrico editoriale” hai aiutato a far nascere tanti libri. Capita ogni tanto che il meccanismo si inceppi? C’è un libro che avresti proprio voluto far uscire e non se ne è fatto niente?
Sì, certo. Ci sono libri che avrei voluto pubblicare e non ho potuto farlo. Allora li ho spinti verso altri editori. Ho detto: "Questo io non posso farlo per questo e quel motivo. Ma secondo me ne vale la pena. Lo guardi con attenzione, per favore?" Un certo numero di volte sono riuscito a farli passare. Altre volte no. In questo momento ne ho uno che mi sta a cuore davvero tanto: ci ho lavorato per un anno con l'autrice, che sta a Bologna. E credo non solo che sia un libro eccellente, credo anche che abbia un ottimo potenziale di vendita.

Un ostetrico editoriale deve reiventarsi il lavoro giorno per giorno, proporsi a diverse casa editrici, inventare progetti. Quali qualità pensi che servano per fare il tuo lavoro?
Gratuità e dedizione. Gratuità nel senso che ogni giorno è opportuno disperdersi in mille rivoli (di lettura, studio, conversazione ecc.) perché tutto è nutritivo, e il nutrimento deve essere quotidiano. Se si pensa "faccio questo per avere quello", se ci si inaridisce tenendosi allo stretto necessario, morta là. La dedizione, poi, deve essere sia all'oggetto culturale, sia soprattutto alle persone a esso collegato: gli autori, i colleghi, i giornalisti, i lettori ecc. A costo di suonare catechistico: ognuno di loro deve essere visto come un fine, non come un mezzo, e così ascoltato, apprezzato, accolto.

Con Giulio Mozzi lavori alla Bottega di narrazione. Pensi che i corsi di scrittura siano una tappa obbligata nel percorso di chi impara a scrivere?
La formazione è una tappa obbligatoria. E avviene sempre confrontandosi con i testi altrui e producendo i propri, con ampio lavoro correttorio. Un laboratorio può essere un acceleratore di queste pratiche, può dare conforto e rispecchiamento. Ma è chiaro che si può fare, e per lo più si fa, anche da soli. 



Tu sei anche scrittore: con chi avresti voluto seguire un corso di scrittura?
Ho la fortuna di aver passato molte centinaia d'ore in aula a fianco di Giulio Mozzi, ascoltandolo. Non potrei chiedere di meglio.



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