Un caffè con... Stefano Izzo

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Nato a Firenze nel 1979, ha studiato Lettere, risposto ai reclami nel call center di una compagnia telefonica e fatto il bibliotecario. Poi dieci anni fa la grande occasione di lavorare per la Rizzoli, a Milano, dove ha iniziato la sua gavetta. Ed è ancora lì, adesso come editor della narrativa italiana. Tra le altre cose, insegna i rudimenti del mestiere presso la scuola Belleville.




Qual è lo scrittore per lavorare con il quale pagheresti qualsiasi cifra?
Farei follie per lavorare con Don Winslow. Farei follie anche solo per scambiarci due chiacchiere, in verità. Per ora sono arrivato al massimo a qualche tweet, che se potessi incornicerei.

Lo scrittore più disponibile alle critiche e collaborativo con cui hai lavorato?
Quello dell’autore permaloso e irascibile è un falso mito tanto quanto quello dell’editor invadente e prevaricatore. Fatta eccezione per qualche testa dura (e, a volte, dura a ragione), devo dire che la maggior parte degli autori con cui mi è capitato di lavorare sono stati decisamente disponibili all’ascolto e aperti alle critiche. Per questo motivo non faccio un nome specifico. Il segreto credo stia – almeno per quanto riguarda questo lato della scrivania – nella capacità di entrare in sintonia con l’autore: si tratta di fargli capire che il fine è uno solo ed è comune (rendere migliore il suo libro in vista della pubblicazione); di usare il bastone e la carota nelle giuste proporzioni; di dimostrarsi sicuri nei consigli ma anche morbidi nel dialogo. Prendo in prestito alcune parole di Fernanda Pivano, che ha definito un buon editing “una critica amorosa del testo condotta con umiltà tale che impedisce agli autori di sentirsi offesi”. È chiaro che questo è possibile soltanto se c’è una simbiosi basata sul reciproco rispetto e sul riconoscimento del genio dell’autore da parte dell’editor. Nei casi migliori, non così rari, la fiducia si trasforma in qualcosa di abbastanza simile all’amicizia: una solidarietà professionale che arricchisce entrambi. E questa è la parte del mio lavoro alla quale non vorrò rinunciare mai.

Le 3 qualità indispensabili per un editor, oggi.
Curiosità. Pazienza. Killer instinct.

Se potessi vivere la vita di un personaggio letterario, quale sceglieresti e perché?
Sai cosa? Per come la vedo io, leggere è già vivere le vite degli altri. Tante vite. Ma, stando al gioco, d’istinto mi viene da risponderti Rob Fleming, il protagonista di Alta fedeltà. Non sarebbe male farsi un giro a Londra negli anni Novanta, avere un negozio di dischi in società con un paio di buoni amici fuori di testa, un amore tormentato, quella formidabile capacità di ridere delle sfighe.

Quando leggi un libro riesci a essere semplicemente un lettore e a spogliarti dei panni dell’addetto ai lavori?
Lavorando soltanto sulla narrativa italiana, da quando faccio questo mestiere non riesco più a leggere un romanzo italiano senza pensarlo da editor. Il che non è un dramma ma certo non agevola il relax. Nel tempo libero, perciò, leggo quasi esclusivamente narrativa straniera, ma anche saggi, biografie, molti fumetti. E, per dirla tutta, appago la mia sete di storie vedendo valanghe di serie tv.



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