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108 rintocchi

108 rintocchi

Gli abitanti dell’isola sono abituati a vivere, appunto, isolati. Sanno che, soprattutto d’inverno, i cavalloni del mare possono raggiungere anche i sedici metri d’altezza e bloccare qualsiasi collegamento con la terraferma. Anche le navi rischiano di non riuscire ad attraccare per diversi giorni, ma gli isolani sanno aspettare. Fissano pigramente lo schermo del televisore, sintonizzato perennemente sul canale speciale che trasmette le immagini della telecamera puntata sulla banchina del porticciolo. Capodanno sta per arrivare e i bambini pregustano il kamaboko bianco e rosso e i fagioli kuro-mame, le anziane signore attendono le uova di aringa e i germogli di kuwai, gli uomini agognano il sakè per congedare il vecchio anno e accogliere con gioia il nuovo. Quando, finalmente, le barche prendono il largo per raggiungere le coste rocciose dell’isola, Sohara Mamoru si trova dalla signora Hasegawa. Si sta occupando di alcuni lavoretti in casa dell’anziana donna: colmare con stoppa catramata crepe e interstizi, e verniciare le tegole che ha sostituito. Non appena viene a conoscenza della notizia, però, corre entusiasta verso al porticciolo, in barba ai suoi sessant’anni passati, per aggiungersi agli altri volontari radunatisi per lo scarico delle barche. Sohara è fatto così: non riesce a rimanere nemmeno un attimo con le mani in mano. È convinto che, nonostante tutto si rompa – persone comprese –, sia sempre possibile apportare delle riparazioni. Lui stesso, in fondo, è il frutto di un matrimonio spaccato. Sua madre aveva tentato di fuggire dall’isola per non essere costretta a sposare il compagno di scuola a cui era stata promessa, ma ben presto era stata riacciuffata dal padre e aveva dovuto piegarsi alla sua volontà. E, quando, Mamoru aveva quattro anni, suo padre aveva trovato un lavoro sulla terraferma e non era più tornato. La terraferma. Ha sempre rappresentato una sorta di richiamo della sirena per gli abitanti dell’isola. Eppure, la maggior parte di loro, ha sempre fatto ritorno…

Keiko Yoshimura è lo pseudonimo con cui una giovane autrice giapponese, classe 1999, ha firmato il suo primo, delizioso romanzo. Per la sua genesi – e per la splendida traduzione in italiano – è impossibile non ringraziare la scrittrice italiana Laura Imai Messina, ormai da quasi venti anni residente nel Paese del Sol Levante. Già dal titolo, 108 rintocchi, il romanzo trasporta il lettore nella sua atmosfera di attesa per un futuro prossimo: è tradizione, infatti, che il Capodanno in Giappone venga salutato da centosette rintocchi delle campane del tempio, ognuno rappresentante una delle passioni umane che devono essere purificate prima di dare il benvenuto al nuovo anno con un ultimo, sonoro rintocco. L’atmosfera che pervade questa favola moderna è calda e avvolgente, e permette al lettore di immergersi appieno nella vita quotidiana di questa remota parte di mondo in cui ancora permane quel rarissimo sentimento di “comunità”. Sohara Mamoru è un uomo che regala gioia agli abitanti dell’isola. Il suo mestiere è aggiustare gli oggetti, ma non si ferma davanti al mero pagamento in denaro. Ciò che ama di più, infatti, è la riparazione e la cura degli oggetti che stanno particolarmente a cuore ai rispettivi proprietari, che aggiusta a loro insaputa: dalla teiera del maestro Kawakami, alle lampadine colorate nel cortile interno della casa del piccolo Takeru. È questo il suo modo di contribuire alla vita della sua piccola comunità che, proprio come nelle più belle e commoventi favole, si stringerà intorno a lui nel momento del bisogno, per ripagarlo di tutto l’amore ricevuto. 108 rintocchi è un romanzo relativamente breve, ma che in poco più di centosettanta pagine riesce a trasportare il lettore in un universo onirico e completamente nuovo di luci, odori e colori, che lo avvince e lo cattura. Il risveglio, giunti all’ultima pagina, non è mai stato così dolce.