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16 lettere per Lucas

16 lettere per Lucas

È il tre di marzo, è passato un anno da quando il papà di Lucas è stato cremato, morto giovane per un male che lo ha consumato tanto che si era rimpicciolito e aveva anche perso un po' la memoria e le parole, aveva dovuto cambiare più volte il dito dove metteva la fede e l'ultima volta che avevano fatto spese insieme il commesso del negozio di scarpe gli aveva chiesto se davvero quello fosse il numero che portava da sempre. Ora quella stessa scatola, sigillata, è nelle mani nervose della mamma di Lucas, quarantunenne invecchiata precocemente per il dolore, che fuma e non ha intenzione di smettere, almeno non oggi, ché tanto anche la vita uccide, non solo le sigarette. In quel cartone non ci sono più le sneakers di cui sopra, ma delle lettere, che il padre ha scritto per il suo figlio bambino, che sa da quanti trilioni di cellule è composto un corpo umano ma non sa come affrontare un lutto troppo grande e che qualche volta fa sì che lui ce l'abbia addirittura con quel padre che l'ha lasciato troppo presto, sedici missive in cui il genitore insegna al figlio come farsi la barba, gli dice di andare al canile a prendere un cane, di usare le viti a testa di cigno per completare la casa sull'albero in giardino, di comprare un bel vestito per la mamma e portarla a cena fuori...

Crescere è inevitabile, ed è certo alternativa migliore dell’opzione B, ma spesso e malvolentieri è comunque una iattura, soprattutto quando si perdono le persone amate, e quando si perde un padre, anche se è nell'ordine naturale delle cose, diversamente dal contrario, ché infatti per gli orfani la parola c’è, mentre i genitori senza prole restano comunque finché hanno vita madri e padri, è come se si ricevesse a tradimento una spinta alle spalle verso un baratro buio, e per giunta, si sa, che il dolore è una risacca infida che ti rende inferme le caviglie, arriva a ondate quando meno te lo aspetti, Joan Didion docet: con prosa elegante, semplice, limpida, fresca, azzeccatissima e commovente sino alle lacrime, mai retorica o enfatica, l'autrice accompagna il lettore nel viaggio di scoperta e pacificazione di Lucas, che ha un coetaneo manesco che infatti tutti chiamano Sleppa e non Karl, tante domande, poche risposte e un immenso bisogno d’amore.