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1795

1795

Autunno 1794, Stoccolma. È l’alba, accanto alle rovine carbonizzate dell’orfanotrofio di Hornsberget. L’incendio che ha distrutto l’edificio ormai è domato, ma tra le fiamme sono morti almeno cento bambini. È morto anche Erik Tre Rosor, l’uomo dalla mente malata e tormentata che ha appiccato l’incendio per vendetta, manovrato dal malvagio e sadico Tycho Ceton. Lo ha massacrato Mickel Cardell, il colosso senza un braccio membro della guardia civica che ha tentato invano di salvare i piccoli gemelli di Anna Stina Knapp. Cardell è gravemente ustionato (“senza capelli, vesciche dappertutto, un miscuglio di sangue e fuliggine”), ma la sua coscienza brucia più del fuoco: “(…) le ho ucciso i figli. I suoi e cento altri”. Emil Winge è al suo fianco e gli stringe la mano con affetto, vuole consolare Cardell ma non trova le parole giuste. Si dirigono a passi lenti verso la Città tra i Ponti. E intanto si fanno promesse (“(…) Tutte le battaglie che possiamo. Nessun prezzo è troppo alto. Nessuno”) e pianificano il futuro: Cardell dovrà prima trovare Anna Stina Knapp, Winge intanto di recherà da Isak Blom al commissariato per ottenere un rinnovo del loro mandato (“Non sarà facile, considerando il modo in cui ci siamo congedati”). Infine si metteranno a caccia di Tycho Ceton: si nasconde come un topo a Stoccolma ma non ha più soldi né protezione, prima o poi lo troveranno. Passano i mesi. L’autunno diventa inverno, arriva il 1795 e lentamente la primavera si fa largo. A Stoccolma girano strane voci. Si parla di un inquietante personaggio che gira di notte per i vicoli della città vecchia: “È grande – su questo sono tutti d’accordo – e orribile, il suo volto non è umano, il cranio è pieno di cicatrici e calvo a eccezione di qualche ciocca di capelli”, ha un braccio solo “e per chi osa mettersi alla sua portata ogni speranza è persa”. Si dice che sia stato lui a bruciare l’orfanotrofio di Hornsberget e che sia stato consumato dal fuoco, ma che dall’Inferno sia stato cacciato indietro per espiare la sua colpa. Il terribile delitto deve essere espiato: ora è il protettore dei miserabili. Per esempio la figlia tredicenne della compagna di Frans Gry, un ex militare ubriacone e nullafacente: l’uomo ha più volte tentato – per il momento senza successo – di infilarsi sotto le lenzuola della ragazzina. Una notte Gry trova ad aspettarlo davanti alla latrina nel cortile di casa proprio il misterioso gigante, “(…) il mostro è arrivato e lui è la preda”. “Una furia repressa aleggia nell’aria come cenere”, l’ombra minaccia Gry di terribili ritorsioni se non smette di insidiare la tredicenne (“Mi piacerebbe renderti inoffensivo per l’eternità. Romperti braccia e gambe. Non lo faccio solo per una ragione: devi dare vitto e alloggio alla ragazza”) e gli intima di trovarsi uno straccio di lavoro e ritrovare la sua dignità di uomo. D’un tratto Frans Gry riconosce l’uomo che ha di fronte: non è un mostro venuto dall’Inferno, è Mickel Cardell! Era marinaio come lui, erano all’ancora su due navi vicine a Kråskär quando Stedingk fece fuoco e il principe Nassau rispose meglio che poté, lo ricorda benissimo.! Si alza in piedi, muove qualche passo barcollante verso la figura massiccia e alza la voce in un urlo rantolante: “Dicono che eri là, quando Hornsberget è andato a fuoco. Dicono che è stata colpa tua. Ti chiamano assassino di bambini. Sei qui per la tua coscienza, non per il bene della ragazzina, maledetto egoista. (…) Credi di essere meglio di me, Cardell? Non lo sei. Sei peggio. Peggio! In confronto a te io sono un santo. Non c’è sangue, sulle mie mani”…

Si chiude dunque la monumentale trilogia che ha consacrato lo svedese Niklas Natt Och Dag come uno dei nuovi protagonisti della letteratura europea: “Quanto ho guadagnato con i tre libri? Non lo dirò. Avevo aspettative molto basse. Condivido un ufficio con il mio amico Fredrik Backman, che ha avuto un successo strepitoso proprio quando io ricevevo soltanto rifiuti dagli editori. La possibilità di guadagnarsi da vivere scrivendo sembrava proprio fuori discussione. Ho sempre dato per scontato, del resto, che sarebbe stato al massimo un buon secondo lavoro e non ho chiesto di più. Poter fare lo scrittore a tempo pieno invece è straordinario”. Si chiude una trilogia memorabile, e rimane nel lettore il rimpianto di non poter avere un quarto, un quinto, un decimo romanzo con questi protagonisti così profondi, tormentati, vivi. 1795 tira le fila della complessa, fascinosa trama costruita con pazienza e talento in 1793 e 1794: alcune idee sono onestamente meno felici e originali (il Cardell-Batman è banale e inutilmente commerciale, per esempio), ma in altri momenti Natt Och Dag ci regala pagine meravigliose (i capitoli raccontati da Tycho Ceton in POV, tra tutti: esplorare l’abisso della mente di un maniaco omicida costretto a vivere nella più completa indigenza, senza più la protezione degli Eumenidi – che comunque cercherà di riconquistare con un guizzo malefico – ci conduce in un dolente degrado in cui però scopriamo con sorpresa un’anima malinconica e razionale che a suo modo ci tocca). La Svezia degli ultimi mesi della reggenza di Gustaf Reuterholm, nell’imminenza del compimento del diciottesimo anno da parte del Re Gustavo IV e della sua salita al trono, è molto vicina politicamente alla Francia rivoluzionaria e questo causa una profonda inquietudine tra i nobili, che tramano perché la nazione torni prima possibile nel rassicurante solco dell’autocrazia e della tradizione, mentre si dice che siano all’opera in segreto anche forze che vogliono trascinare il regno nella guerra civile e instaurare la democrazia. Stoccolma, la Città tra i Ponti, vive quindi un periodo di grandi contrasti sociali e culturali, un fuoco arde sotto la cenere. Su questo sfondo si svolge una caccia all’uomo senza respiro, forse più mossa dalla fame di vendetta che dalla sete di giustizia, che trova il suo epilogo solo a pagina 487. L’autore ha sempre dichiarato che le sue principali fonti di ispirazione, i suoi modelli letterari, sono From Hell di Alan Moore e Il nome della rosa di Umberto Eco, ma il suo lavoro sulla trilogia è talmente di alto livello da farla diventare un modello a sua volta, da aprirgli le porte dell’immaginario collettivo. Per certificare tale consacrazione occorre forse però una trasposizione cinematografica, il marchio indelebile del mainstream. Natt Och Dag ha spiegato in un’intervista a “Dagens Industri”: “Il sogno sarebbe che Peter Jackson convincesse qualcuno a spendere una cifra enorme per un progetto del genere, ma in realtà è più probabile che si debba scendere a compromessi piuttosto duri”. Cosa che non ci auguriamo affatto, perché una tale opera d’arte merita ammirazione e successo, ma anche rispetto.