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1918 - L’influenza spagnola

1918. L'influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo

Inverno 412 a. C., Perinto, Grecia settentrionale. Tra la popolazione dilaga una malattia che ha i seguenti sintomi: tosse molto intensa, dolori muscolari e articolari, mal di gola, cecità notturna e paralisi degli arti inferiori. Ad annotarli è un medico la cui fama è giunta fino a noi: Ippocrate, che forse quindi è stato il primo ad aver descritto una epidemia (termine peraltro coniato da lui) dovuta a un virus influenzale, probabilmente con la presenza contemporanea anche di difterite e pertosse. La celebre “tosse di Perinto” però quasi sicuramente non fu la prima epidemia influenzale della storia. I virus di questo tipo passano da un individuo all’altro utilizzando come mezzo di trasporto le minuscole goccioline di muco o catarro spruzzate nell’aria da tosse e starnuti, che hanno una gittata solo di qualche metro. Di conseguenza, per avere un’epidemia deve esserci una comunità di esseri umani che vive a stretto contatto. E gli uomini hanno cominciato a vivere in comunità circa dodicimila anni fa, quando da nomadi si trasformarono in allevatori e coltivatori stanziali: la cosiddetta “rivoluzione agricola” ha fatto entrare l’umanità in una nuova era non solo per i mutamenti sociali che ha causato, ma anche perché ci ha resi vulnerabili alle “malattie di massa” come morbillo, tubercolosi, vaiolo e influenza. Ma da dove vengono queste malattie, dove erano questi virus quando non avevano comunità umane da infettare? Erano malattie degli animali selvatici che vivono in branchi, soprattutto – nel caso specifico dei virus influenzali – tipiche degli uccelli…

La cosiddetta “influenza spagnola” contagiò 500 milioni di esseri umani e nell’arco di tempo tra il primo caso registrato, nel marzo 1918, e l’ultimo, nel marzo 1920 – ma soprattutto in 13 settimane tra la metà di settembre e la metà di dicembre 1918 – uccise un numero enorme di persone. Ma enorme davvero. Le stime oscillano tra 50 e 100 milioni di persone (il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale di allora), ma in ogni caso fotografano il peggiore flagello del XX secolo, la pandemia più letale della storia. Il numero di morti infatti supera sia quello della Prima guerra mondiale (diciassette milioni di morti) sia quello della Seconda guerra mondiale (sessanta milioni di morti), sia forse addirittura la somma dei due numeri. Perché allora sembra scomparso il ricordo collettivo di quella spaventosa pandemia? Forse, come sostiene lo storico Terence Ranger, è l’approccio narrativo utilizzato per tramandare la memoria della pandemia di influenza spagnola che non è mai stato adeguato: il racconto lineare in questi casi a quanto pare non funziona. Il saggio di Laura Spinney – giornalista scientifica per “National Geographic”, “The Economist”, “Nature” e “Daily Telegraph” ma anche autrice di due medical thriller – adotta un approccio nuovo per raccontare questa terribile storia. “Si avvicina progressivamente al tema: dalla preistoria al 1918, dal pianeta all’uomo, dal virus all’idea e ritorno. Al centro c’è il racconto di come l’influenza spagnola si sviluppò, si diffuse in tutto il pianeta e svanì, trasformando per sempre l’umanità”. Un saggio consigliatissimo non solo per la maestria con cui tratta il tema specifico, ma perché – leggere per credere – nella parte finale, in cui si prendono in considerazione varie ipotesi sulla natura dell’agente patogeno dell’influenza spagnola e si analizza il futuro (il libro è del 2017, precedente quindi alla pandemia di COVID-19) si respira il profumo della profezia.