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1983: Operazione Budapest

1983: Operazione Budapest

Reggio Emilia, 13 ottobre 1983. Ivano Scianti, rapinatore noto e temuto, entra al bar Mirabello. Il telegiornale ricorda che sono passati quattro mesi dalla scomparsa di Emanuela Orlandi e che il guardiano di una villa è morto in seguito a una rapina risalente al gennaio passato, a Pavullo. Finalmente. Nel bar non sono in pochi a pensare che Ivano sia l’omicida. Il barista lo avverte che lo ha cercato un tale che si fa chiamare “il Greco”, Ivano gli dice di farsi richiamare per le 5 e poi esce. A casa, infila in un borsone una mappa di Budapest e un dizionario di lingua ungherese, poi prende un passaporto che reca il nome di Carlo Paganelli e una Beretta 1935 calibro 9. Poi torna al bar, dove prende la chiamata con “il Greco”, per poi andare a trovare sua madre e, infine, raggiungere la stazione. Sono le 18.29 e ad attenderlo c’è suo cugino, Graziano Iori, che nel frattempo sta componendo un numero. All’altro capo del telefono risponde Carmine Palmese, titolare di una vetreria. Chiusa la chiamata, dice al suo garzone che tra qualche settimana dovrà assentarsi: andrà a ritirare una commessa al Nord, a Reggio Emilia...

Prima di diventare un romanzo, 1983: Operazione Budapest è stato un progetto di ricerca. Il fautore principale è Gilberto Martinelli (si occupa di relazioni internazionali tra Italia e l’Ungheria), che è andato a scovare Roberto Tempesta, ex investigatore del Nucleo tutela patrimonio culturale che all’epoca si era occupato in prima persona delle indagini. Il furto avvenne la tra il 5 e 6 novembre 1983 al Museo delle Belle Arti di Budapest e furono sottratte sette opere dei pittori Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo. Il quotidiano “Budapest Rundschau” lo definì addirittura il furto d’arte del secolo, e mise non poco in imbarazzo (avvenne in piena Guerra Fredda all’interno di un Paese comunista) il presidente ungherese János Kádár. Così, grazie al prezioso aiuto di Tempesta, Martinelli ricostruisce per filo e per segno cosa accadde prima, durante e dopo i fatti, sostenendo inoltre che non si trattò di un semplice furto ma di un’operazione più ampia orchestrata dalla mafia. 1983: Operazione Budapest è nel complesso un romanzo sicuramente interessante a causa del suo contenuto, ma risente molto del “peccato originale” (il progetto di ricerca a ci accennavamo prima) alla base della sua creazione. Risulta infatti molto didascalico, freddo e poco coinvolgente (l’azione vera e propria del furto, ad esempio, viene liquidata in quattro e quattr’otto). Per intendersi, difficilmente sarà d’ispirazione per un film à la The Monuments Man. E invece avrebbe potuto.