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25

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Gerolamo è a casa di sua zia Clotilde, in mezzo allo schifo. Lo schifo è l’odore caratteristico dell’appartamento di sua zia, un insieme di miasmi che catturano e imputridiscono l’aria. Sua zia non se ne rende conto. Gerolamo sì, ma si guarda bene dal dirglielo. Clotilde è grassa, tanto, e fatica a muoversi. Ora lei è davanti a lui e gli chiede gli abbiano staccato la corrente. Lui risponde di sì, allora lei sbotta: come fa a finire i soldi, come li spende? E se li spende in cibo, rullini e soprattutto bollette, come è possibile che gli abbiano staccato la corrente? Gerolamo fa spallucce. Magari dovrebbe trovarsi un lavoro, un lavoro serio, dice lui. Allora sua zia si fa più accondiscendente. Clotilde sa che Gerolamo ama fotografare, che è bravo, ed è lì che cerca di indirizzarlo. Ma Gerolamo fa muro: è evidente che qualcosa lo turba. La manica del cappotto che apparteneva a suo nonno si è strappata. Chiede a sua zia se glielo può riparare. Tra sette giorni è il suo compleanno, vero? Allora tra sette giorni lo troverà rammendato. E che venisse a cena da lei stasera, a casa senza corrente non può mica stare...

La recensione de I miei stupidi intenti, romanzo d’esordio di Bernardo Zannoni, si chiudeva col desiderio di leggere presto qualcosa di nuovo dell’autore. Quel qualcosa di nuovo è 25, che ha questa volta per protagonista degli esseri umani, sebbene il protagonista Gerolamo sia presentato come “una strana creatura”. Narrare degli umani secondo Zannoni è una scelta difficile perché questi “non possono fare a meno di interpretarsi”. Eppure lui ne parla divinamente, e per giunta scrive di un’età non semplice, i venticinque anni, che simbolicamente sanciscono il passaggio alla fase adulta della vita. Nella scelta delle parole, nella composizione delle frasi e nelle vicende in cui Gerolamo si trova coinvolto sono presenti allo stesso tempo una leggerezza propria di chi ha ancora tutto il futuro davanti e una gravità di chi dal futuro è terrorizzato. Gerolamo - e con lui il suo amico Amon - sono costantemente combattuti tra questi due stati e per paura di sbagliare, o anche solamente di scegliere, si ancorano nella bolla in cui sono, non avanzando né retrocedendo. Quella di Zannoni è la fotografia nitida di una generazione slegata dal mondo in cui si ritrova, che ha nelle sue possibilità solo tre scelte: essere ignava, cioè vivere di niente, non essere diretta da nessuna parte e “rosicchiare la realtà giorno per giorno”; essere l’ombra di qualcuno, cioè un compagno occasionale, che prende quello che serve e poi scappa via, che nulla dà e nulla lascia. O, infine, aspettare il punto di rottura, arrivare al limite, scoppiare e sperare che da lì in poi la vita cominci per davvero.