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Acchiappafantasmi

acchiappafantasmi

È il 4 giugno del 1994, ha ventidue anni e un esame da sostenere. Ha ventidue anni e fuma due pacchetti di sigarette al giorno. È l’esame di storia della lingua italiana, l’esame da sostenere. Il cinque giugno del 1994 sta studiando la sintassi di Giordano Bruno. E lo vede davvero, Giordano Bruno: “il volto coperto dal cappuccio. Gli occhi bassi a fissare il tavolo, e i libri: sent[e] una presenza inequivocabile che non è un fantasma, non è un delirio non è la realizzazione fisica puntuale della convinzione ventennale di mia zia Emita (matto fiòlo mio, tu matto sei). No”. È il 29 dicembre, adesso, e sta andando a Perugia; in pullman (o con la corriera, come avrebbe detto suo nonno). È il 29 dicembre, va a Perugia in pullman, e ascolta Bob Dylan “confidando nel random del lettore”. Il 29 dicembre è il compleanno della sua fidanzatina del liceo: non la vede da vent’anni ma ricorda ancora il giorno del suo compleanno. Alla fine degli anni Ottanta, Radio Subasio garantiva agli ascoltatori le dediche “Per un’ora d’amore”. Una volta, sarà stato 1989, chiamò anche lui per dedicarle una canzone. Radio Subasio, in pullman-diffusione, insidia la sua ricezione compulsiva di Dylan. Nel 1965 Dylan si sposò con Sara Lownds. Il 13 febbraio del 1977, così dicono i biografi, la picchiò e le impose di andarsene. “Questa la verità cronica. Così come ci viene raccontata. Davvero. Questo basterebbe per segnare un discrimine tra il racconto della vita e dei versi. […]. Questa la superiorità inattaccabile dell’arte sull’insulsa, incongrua, devastante, egoista, fragile, stupidità reiterata di tutti noi esseri umani”…

Questo libro è un dispetto. Un dispetto; una ripicca; una molestia. Questo libro è uno sgarbo al recensore; tanto più se il recensore ha amato Il cinghiale che ha ucciso Liberty Valance come si ama la follia della vita. Come lo classifichi un libro del genere? E con quale criterio lo giudichi? Un libro fatto di racconti, frammenti che sembrano comporre mille biografie, che forse sono un’unica biografia, ma alla fine ti pare di aver letto un saggio. “Un canzoniere in prosa”, dice lui. E ci sarebbe da fidarsi perché Meacci erige muri di parole che non ti ostacolano ma su cui ti arrampichi che sei quasi in volo. Muri di parole che se cambi prospettiva diventano ponti, e ci cammini sopra; e, quando hai finito, non ti ricordi più se la direzione di partenza era in orizzontale o in verticale. Ponti e muri che conducono da Giordano Bruno a Bob Dylan; passando per la Magnani, Bertolucci, Cecco Angiolieri; e poi Buzzati, Rosa Balisteri, Fellini, e Franco e Ciccio; e tanti altri, in una mappa di personalità e storie costruita attorno alla sensibilità dell’autore, ai suoi ricordi, alle sue passioni. Ci sarebbe da fidarsi, ma non troppo. Questo libro ci descrive come l’intertestualità - ossia l’insieme dei rapporti che ogni testo ha con tutti gli altri testi che lo hanno preceduto - si incarna nella vita e alimenta l’arte: perché ciò che hai letto (visto, ascoltato) diventa ciò che sei, e ciò che ricordi, e ciò che pensi; e dunque ciò che scrivi. Per il recensore (che non ama subire dispetti, molestie e ripicche) questo libro, in definitiva, è un insieme di saggi biografici. Oppure, no! Non sarà mica la biografia di un saggio?