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Acqua rossa

Acqua rossa

1989, un paesino a pochi chilometri da Spalato. Silva è un’adolescente di diciassette anni, apparentemente tranquilla, o meglio con i turbamenti di tutti i ragazzini di quell’età. La sua famiglia è altrettanto tranquilla: il padre Jakob è impiegato in un’azienda del posto, la madre Vesna è un’insegnante di geografia e il fratello Mate, leggermente più giovane, vive anche lui a suo modo la sua di adolescenza. I genitori attraversano quella fase del matrimonio in cui l’amore è diventato una rassicurante consuetudine: magari desiderano anche qualcosa di più eccitante e di diverso, ma faticano ad immaginare il loro futuro lontani da quella routine. Questo non vale per Silva, la ragazza ha bisogno dei suoi spazi, dei suoi eccessi, della sua libertà. Come tutte le sere anche quel sabato, dopo la cena in casa, saluta il padre e la madre, distratti da altre faccende, come ha sempre fatto, e va dagli amici. Ma dopo quella sera non rientra più in casa. All’inizio i genitori pensano semplicemente che si sia fermata a dormire dal suo ragazzo, Brane, ma lui non ne sa nulla, anzi sono ben due giorni che non ha sue notizie. Mate riesce a ricostruire l’ultima sera della sorella: è stata vista appartarsi con Adrijan, ma lo stesso Adrijan giura di averla lasciata all’una, perché Silva andava di fretta, doveva partire. Mate cade nel panico: non è mai successo. Corre in casa, controlla se ci sono i documenti della ragazza e se ci sono i soldi che stava mettendo da parte di nascosto: niente, sono spariti. Ma non è da Silva sparire così, senza avvertire. Però non c’è altro da fare: Mate si siede lentamente a tavola, sposta il piatto e dice ai genitori che è arrivato il momento di chiamare la polizia, deve essere successo qualcosa di grave alla sorella...

Con Acqua rossa, Jurica Pavičić, giornalista, scrittore e sceneggiatore, ci fornisce una ben riuscita versione di romanzo giallo in salsa balcanica: il libro traghetta i protagonisti attraverso la fine della Jugoslavia, verso un mondo completamente diverso, per affetti e quotidianità, descrivendo per tutti i personaggi i cambiamenti di una storia personale nella cornice di un mutamento più complesso che è quello del popolo jugoslavo. Come spesso accade per i libri scritti dopo il 1989, Pavičić, con piglio da giornalista, riporta nella sua finzione il dramma di una famiglia all’interno del dissolvimento complessivo dell’identità di un popolo. Come i croati, i bosniaci, i serbi, gli sloveni vedono cambiare i loro punti di riferimento e scoprono di essere diversi da quello che fino ad allora credevano di essere, così Jakob e Vesna vivono a modo loro la crisi di una famiglia che soltanto in superficie sembra “normale”. La sparizione di Silva, in realtà, permette a ciascun componente della famiglia di scoprire lati caratteriali e valoriali diversi degli altri: Silva non è l’adolescente che si aspettavano che fosse; Jakob e Mate dimostrano di avere un carattere meno mansueto di quello che vorrebbero mostrare. Ma con Silva sembra essere scomparso anche un mondo intero: il regime comunista sta crollando e nel suo disfacimento trascina anche le forze dell’ordine. Gorki Šain, l’ispettore che ha avviato le indagini sulla scomparsa della ragazza, paga il suo passato da socialista fedele ad un sistema che si sta dissolvendo; costretto a dimettersi, deve accettare la chiusura del caso. Soltanto la famiglia continuerà a cercare la verità. Il racconto di Pavičić è interessante anche per la sua struttura narrativa, per la descrizione indiretta di una cornice complessiva dominata da un mutamento i cui i risvolti collettivi si riverberano nelle crisi interiori dei singoli personaggi: non a caso i capitoli in cui si suddivide il libro affrontano la stessa drammatica storia, ciascuno dal punto di vista differente di un componente della famiglia, e ognuno è destinato a scoprire caratteristiche diverse del proprio affine. Si tratta di una riscrittura moderna del romanzo giallo, particolarmente attenta ai risvolti psicologici e alle evoluzioni caratteriali, allo stesso tempo concentrata sulla storia di uno e su quella di tutti. Un vero caleidoscopio. La critica francese ha evidenziato bene tutto questo: “[...] l’autore si sforza anche di far emergere, in quanto indissolubilmente legati a questa singolare storia, i radicali mutamenti di un paese che vede la fine del comunismo, la guerra civile, l’integrazione in Europa, la globalizzazione. E l’invasione turistica della costa dalmata, con le sue conseguenze in termini di cementificazione, corruzione e arricchimento incontrollato”. La traduzione del romanzo in Francia gli ha meritato, nel 2021, il premio come miglior romanzo poliziesco europeo, assegnato dal quotidiano “Le Point” e il primo posto al Grand prix de la littérature policière, prestigioso riconoscimento letterario fondato nel 1948 che ogni anno premia i migliori romanzi gialli in Europa e all’estero.