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Ada

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Calpestando i ciottoli delle strade di Modena, in quella parte di città che ha recuperato l’archeologia industriale in armonia con gli angoli più antichi, cammina Ada. Forestiera, in trasferta, vive bene quello spazio di altrove, non troppo lontano dalla famiglia e dalla solita vita, impegnata, e tanto, nel lavoro. La ricerca scientifica assorbe facilmente la totalità delle risorse personali, non solo professionali, soprattutto quando è “di frontiera”. E Ada è coordinatrice di un team super specializzato nel campo dell’intelligenza artificiale. L’obiettivo è realizzare una soluzione complessa e innovativa per il riconoscimento facciale, “partendo da quanto reso disponibile con un dataset open source dal nome quasi oscuro: Diversity in Faces (DIF)” e istruendo reti neuronali a interpretare volti. E forse anche le emozioni. Quali sono quegli impercettibili particolari che rendono unica ogni persona in ogni sua espressione? E se fosse possibile estrapolare quella scintilla di luce nello sguardo per - non proprio capire ma… - dare significato all’anima? Il senso del dovere, e la gratificazione, legate a quella importante missione di studio diventano, pian piano ma inesorabilmente, l’ossessione di Ada. Cammina e pensa, cammina e riflette, in una di quelle giornate di inizio autunno che permettono di indugiare con piacere alla passeggiata. Connessioni, correlazioni, equazioni, modelli, algoritmi si intersecano con le emozioni più umane possibili. La gamma di espressioni facciali fondamentali degli esseri umani, in fondo, sono davvero essenziali: sono solo sei. Ma per Ada risiedono in una “nuvola di empatia” che collega il cuore dei suoi simili alla tecnologia, al machine learning, che può rendere un breve algoritmo anima di un robot umanoide, quasi umano…

Nell’era storica in cui le notizie sugli sviluppi delle intelligenze artificiali occupano (finalmente?) le pagine dei giornali ogni benedetto giorno, nell’era in cui un singolo imprenditore dal potere sconfinato (sì, Elon Musk) dimostra con la stessa arroganza il limite delle potenzialità dei suoi aggeggi, occorre riflessione. E la protagonista di questo romanzo breve, o racconto lungo, è esemplare. Ada, un nome non a caso. Il richiamo, non dichiarato, è ad Ada Lovelace, matematica inglese vissuta nella prima metà dell’Ottocento e madre di una tecnologia che oggi, ogni benedetto giorno, domina le nostre attività ed esperienze: l’algoritmo, per dirla in parole povere. La Lovelace aveva collaborato con Charles Babbage all’invenzione della cosiddetta macchina analitica, creando un pionieristico meccanismo di programmazione, cuore della scienza informatica. La Ada creata da Maria Rita Spada è l’evoluzione del secondo decennio del XXI secolo di quella mente, pur con una storia differente e pur vivendo in un contesto profondamente diverso. Gli intrecci (e i meccanismi di causa-effetto) non si concludono qui: l’autrice dell’opera, al suo debutto nella narrativa, laureata in Fisica e in Scienze Strategiche, è stata una delle prime donne in questo Paese a partecipare a ricerche sulle intelligenze artificiali, facendo carriera fino ad arrivare alle tecnologie più innovative, come il 5G e i digital twin, i “gemelli digitali”, avatar sofisticatissimi per l’industria e la ricerca, soprattutto in medicina. Dunque abbiamo: una donna eroina del racconto, una musa ispiratrice di due secoli fa e una scienziata che ne scrive la storia. Il risultato, tutto da scoprire leggendo, è una promozione sentita, convinta, della presenza femminile nella ricerca scientifica, con passione e coscienza, e con una dose sapiente di spirito critico, proprio come fa Ada.