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Addio

Addio

Un mattino come tanti, scrive Carola Barbero, lui se ne va dopo aver detto che non la ama più. Lei finisce di preparare la colazione, accompagna i bambini a scuola e, solo a quel punto, finalmente, crolla, si dispera, non fa altro che ripetersi che tornerà. Sì, lui tornerà con la coda fra le gambe, pentito. È così che Catherine Dunne nel suo La metà di niente – citato anche in occasione di un celebre divorzio matrimoniale, politico e mediatico di qualche anno fa – decide di cominciare a raccontare la crisi coniugale di Rose e Ben: ma come sempre accade, la buona letteratura in realtà va bene per tutte o quasi le storie che finiscono. Perché il punto non è venire lasciati perché non si è più amati, questo capita: il punto sono le fandonie che ci si ripete, il meccanismo di autoinganno. I fatti parlano chiaro, ma il soggetto decide di negare l’evidenza, di credere qualcosa che sa essere falso. Perché? Perché lo desidera. Ma esattamente cosa desidera? Esiste un solo tipo di autoinganno? O ce ne sono diversi? In amore vogliamo che l’altro sia nostro. Ma non, perlomeno nelle relazioni sane, per imprigionarlo, bensì perché scelga liberamente di non essere più libero per stare con noi…

Addio, ambiguità, amicizia, angoscia, arsenico, assenza, attesa, autoinganno. Ma anche baci, biglietto, bisogno, colpa, compassione, comportamento, coraggio, corpo e cuore, che ha le sue ragioni che la ragione non conosce, e che è la sede di tutti i sentimenti, compreso il più importante, l’amore, di cui, per citare Emily Dickinson, uno dei tanti numi tutelari di questo volume di cui vengono riportate frasi significative in esergo (fra gli altri Lacan, Aristotele, Heidegger, Saramago, Flaiano, Demostene, Alda Merini, Gary, Leopardi), sappiamo solo che è tutto. E poi danza, durata, ebbrezza, equilibrio, Eva, fastidio, fedeltà, gelosia, incontro, insopportabili e occhiali scuri, come quelli dietro alle cui lenti ci si nasconde il viso se si ha pianto. E piangere è un’altra delle voci, assieme a odio, oggetti, orecchie, pazzia, pentimento, poliamore (per alcuni la normalità, per altri un’aberrazione), ricordi, rimorsi e rimpianti, che sono associati come la fiamma dantesca a due lingue, una per Ulisse e l’altra per Diomede, anche se sono gli uni il contrario degli altri, come tutto/niente, e c’è chi preferisce i primi, perché significa che ha sbagliato, ma almeno ci ha provato, e chi i secondi, condannandosi però a vivere nella gabbia di un periodo ipotetico dell’irrealtà. Infine risveglio, scenate, scrivere, segni, solitudine, suicidio, tumefazioni, uscita e verità, ultima ma non per importanza, anzi: in rigoroso ordine alfabetico, come si conviene a ogni glossario che si rispetti, con linguaggio limpido ma ricco di riferimenti e citazioni Carola Barbero, docente di filosofia del linguaggio e filosofia della letteratura, racconta, muovendosi nel solco della tradizione, in quarantanove definizioni, l’amore e soprattutto la cronaca del disamore – piccola grammatica dei congedi amorosi è il lapidario e preciso sottotitolo – parola per parola, analizzando tutti i dettagli, e dunque le sfumature e le emozioni che si provano. Del resto la frase è celebre: le parole sono importanti.