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Addio, Mr Mackenzie

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Parigi. Sono passati sei mesi da quando Julia Martin è capitata in quell’hotel sul quai des Grands Augustins. Quel giorno, un cinque ottobre, aveva detto all’affittuaria che la camera le sarebbe servita per una settimana. Il tempo di farsi passare il terribile sgomento per la rottura con Mr Mackenzie. Quando Julia rientra la sera tardi con una bottiglia in mano, la proprietaria dell’albergo la osserva con disappunto. Sempre sola in camera, sempre in compagnia di una bottiglia: è la vita di un cane questa, non di un essere umano. Così la pensa la proprietaria dell’albergo, un luogo piuttosto squallido, con le scale impregnate dell’odore di pipì di gatto, dei tre gatti d’angora della padrona. Ma almeno le stanze sono pulite. E con i soffitti alti. Fortunatamente la carta da parati non è a righe, - quando in altri alberghi si svegliava dopo una sbornia, l’alternarsi delle righe le urtava la vista - qui è a motivi floreali, quasi giocosi e lussureggianti benché i colori siano cupi. Julia passa le giornate chiusa a chiave, e legge. Quando è chiusa a chiave si sente al sicuro dalla vita, che ode rombare dall’estero, come il rumore del mare. Il martedì mattina Liliane, la cameriera, le porta un vassoio con del caffè, una brioche e le lettere dell’avvocato di Mr Mackenzie: “Madame, le accludo il nostro assegno di millecinquecento franchi (FF 1500). Il nostro cliente ci ha incaricati di effettuare quest’ultimo pagamento e di informarla che, a far tempo da oggi, cesseranno i versamenti settimanali. La prego di accusare ricevuta. Distinti saluti, Henri Legros”. La stanza ora le appare ostile, estranea. Esce. Dopo aver consumato un Pernod non allungato in un café nelle vicinanze - con il calore dell’alcol che le sale al viso e il cuore che batte più forte - si dirige verso l’appartamento di Mr Mackenzie. Al solo pensiero dell’accoppiata Mr Mackenzie-Maître Legros, Julia perde il senso di realtà: non c’è limite al loro potere di farle del male, loro due rappresentano la società organizzata in cui per lei non c’è posto, contro cui lei non può nulla…

Addio, Mr Mackenzie (1930), si apre con il motivo tanto caro a Jean Rhys, ossia quello della solitaria figura femminile in camera d’albergo, precariamente alloggiata, priva di mezzi economici e di solide relazioni umane. In questo romanzo, gli uomini rappresentano ancora una volta la “società organizzata” in cui il femminile non trova posto, né pace. Nella narrazione di Rhys, il maschile non è mai forza centripeta, ma sempre centrifuga. Anche in questo caso, la protagonista si ritrova costantemente rifiutata, in primis dall’uomo con il quale ha una relazione a Parigi, poi a Londra dall’ex amante e infine da uno zio. In Addio, Mr Mackenzie la scrittrice organizza il desolato itinerario della sua eroina in modo speculare a quello di Buongiorno, mezzanotte (1939): infatti, se nell’altro romanzo, Sasha si muove tra Londra-Parigi-Londra, qui Julia lo fa tra Parigi-Londra-Parigi. Come sempre, per le eroine di Rhys le due capitali europee non sono mai rifugio bensì lande desolate e alienanti. D’altronde, il loro è un disagio profondo, che le gela dall’interno e dal quale cercano di liberarsi irrorando il corpo e la mente con fine, whisky e soda, bottiglie di vino. Si diceva che il femminile non trova pace nella produzione di Rhys. Un personaggio davvero interessante in tal senso è quello della sorella Norah, che a Londra si occupa della madre malata, allettata in seguito a due ictus; metafora non così velata della paralisi della condizione femminile. Se Julia è errabonda, priva di un centro e di un focolare, Norah le è complementare in quanto il focolare è la sua prigione: si sente schiava e la sua unica, magra consolazione risiede nell’ipocrita riconoscenza delle persone che la lodano per il suo operato, ma che nulla fanno per aiutarla: “La mia vita è una specie di morte […] Ma come sei brava, Norah, sei proprio meravigliosa! Come puoi fare tutto quello che fai?… Ed erano come una droga quell’universale costante ammirazione, la coscienza di fare fino in fondo il proprio dovere, l’approvazione incondizionata di Dio e degli uomini. La facevano sentire protetta, al sicuro”. Amara visione quella di Rhys, ma non c’è da stupirsi se si pensa che la sua opera è quasi interamente basata sul suo vissuto: i personaggi e le vicende narrate sono proiezioni di esperienze personali e rielaborazioni di persone che ha incontrato, tra le quali ci sarà stato anche qualche gentleman che, come Mr James in questo romanzo, avrà affermato: “Non c’è paragone tra la vita di un uomo e di una donna […] basta guardare i galli e le galline… è un po’ la stessa cosa”.