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Adesso che sei qui

Adesso che sei qui

Chiamano al telefono Andreina per avvisarla che a sua zia Camilla sta succedendo qualcosa. È una calda domenica d’agosto e non tira un filo d’aria. Andreina arriva su piazza Rosmini di Starmiglio, scende dalla macchina e vede sua zia seduta sulle pietre della fontana. Una postura dignitosa, ma è vestita in abiti invernali. Indossa: un cappotto nero di velluto riccio con bottoni rossi, guanti neri, cappello nero di velluto con la falda plissettata, sciarpa di lana rosso fuoco, calze pesanti, décolleté nere e borsa in tinta. Intorno a lei un gruppetto di persone agitate cerca di aiutarla. Aida, la sua vicina di casa, le fa vento con il cappello. Camilla sta sulle sue, ha un’aria svagata e tiene stretta al petto la borsa. Regina è il suo soprannome, per la sua innata eleganza e gentilezza e per il modo in cui la trattava il suo amato e defunto marito Guidangelo. I figli non sono arrivati, ma hanno preso con loro la nipote Andreina, figlia della sorella di Camilla, amandola come e più di una figlia. In quel momento però è sola e confusa. Andreina si avvicina e la chiama:” Zia Camilla!”. Poi le sussurra qualcosa all’orecchio per non farsi sentire dai presenti. Camilla si scuote, si alza e tutta impettita dice alla nipote: “Dai, andiamo a casa” e senza salutare nessuno si avvia verso le auto nel parcheggio, salendo su quella giusta. Dell’episodio occorso a zia Camilla tutto il paese ne parla, telefoni che squillano e la novità vola veloce. Parenti che Andreina non sentiva da tempo chiamano per dire che si erano accorti che qualcosa non andava. Tutti pronti a dare consigli non richiesti e pareri non graditi. Anche lei si è accorta. Segnali come piccole molliche cadute a terra: la marmellata nel mobiletto delle scarpe, la padella con le uova lasciata sul fornello acceso e la gomma bruciata della guarnizione della caffettiera. L’esordio della malattia è quando il mondo se ne accorge, ma come un fiume carsico progredisce da tempo. Per zia Camilla a settantasei anni, la diagnosi è morbo di Alzheimer...

Tante sono le fragilità che Mariapia Veladiano ha affrontato nei suoi romanzi: la bruttezza, la malattia, la seduzione che annienta. In Adesso che sei qui ad essere sotto la sua lente di ingrandimento è la vecchiaia, forma estrema di fragilità. La affronta con il suo stile delicato e rispettoso della dignità umana, aggiungendo, questa volta, una dose di ironica allegria. Il nucleo primario del romanzo nasce dall’incontro dell’autrice con una giovane donna trentina, che le ha raccontato del suo amore per la zia malata di Alzheimer. Quando un genitore o un parente prossimo diventa anziano e ha bisogno di particolari attenzioni o cure, la vita va in tilt. Troppa fretta, troppo lavoro, in casa non c’è posto. È la stessa domanda che si pone Andreina, ma la zia ha una bella e grande casa, con orto e giardino. Lei non la vuole mandare in una residenza protetta, anche se i parenti hanno già deciso in tal senso a sua insaputa. Desidera che rimanga nel suo ambiente. Dopo il primo mese di grandi fatiche - rassettare e riordinare la casa di zia Camilla, pulirla da cima a fondo e rimettere ordine in quel caos, specchio di quello che lei ha in testa - Andreina si rende conto che non può fare tutto da sola. Non ne ha le forze e metterebbe a repentaglio la salute, trascurerebbe il suo lavoro di insegnante e sarebbe meno presente per il figlio Tommaso e il marito Teo. La retorica del sacrificio di sé per l’altro è una spira che annienta. Trovare un modo nuovo di gestire la malattia di una persona con demenza senile è necessario e Andreina ci riesce. Per lei è normale prendersi cura di zia Camilla e restituire parte del grande dono di affetto che le aveva fatto negli anni. Apre la casa in un modo diverso a donne migranti, con vissuti dolorosi, che la aiutano. Non vengono mai chiamate badanti, la zia le chiama governanti o ragazze. La prima è Merhawit, eritrea, poi arriva Loretta, la massaggiatrice, e poi Naima. Quest’ultima viene dall’Algeria, ha venticinque anni e due figli di otto e sette anni. Andreina prende tutta la famiglia, la accoglie, chiedendosi anche cosa sarebbe successo con zia Camilla così svampita e i due bambini piccoli, rischia. Invece si crea una meravigliosa alchimia intergenerazionale. Uno dei bambini si attacca lega molto a Camilla, come a una nonna, facendole da angelo custode e ricevendo da lei coccole e affetto. È la logica dell’accoglienza di Andreina molto diversa dal fare comune. Tutti hanno avuto un vantaggio. Naima è rifiorita, zia Camilla si è ritrovata un mondo intorno e Andreina non ha sacrificato la sua vita. Questa scelta, mette in moto le vite con situazioni piuttosto divertenti ed è per questo che il libro è allegro. Un girotondo di umanità che aiuta, scherza, ride e reciprocamente impara. Altro tema importante è l’eccesso di accudimento, che limita la riconquista dell’autonomia. Andreina lo comprende grazie a Merhawit che le dice di non precipitarsi ad aiutare la zia. Per esempio Camilla la camicia da notte se la sa mettere da sola, ci vuole tempo, ma ce la fa conservando funzioni e dignità. Anche il non fare è una forma d’amore, perché permette all’altra persona di agire come lei sa e con come altri vorrebbero. Diverso è il non fare dei parenti che arrivano a dire ad Andreina: “Tanto non è tua madre, che lo fai a fare”. La madre di Andreina non l’ha abbandonata come si capisce nel corso del romanzo. Nella realtà della campagna trentina e veneta, nei tempi passati non era così infrequente lasciare i bambini con un parente, anche lontano. Nel caso del romanzo zia Camilla e zio Guidangelo sono senza figli, quindi più pronti ad accogliere. L’hanno presa e voluta tenere, ma questo poteva venir meno ad ogni minuto per volere della mamma. Il loro rapporto è una specie di regalo che si basa solo sull’affetto e non sull’anagrafe. Con questo romanzo Mariapia Veladiano ci offre occhi nuovi e un punto di vista diverso per guardare alla malattia di una persona anziana.