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The adventurist

The adventurist
Una storia che attraversa sei continenti e quattro decadi. Un uomo, un avventuriero che si nutre di esperienze e incontri che sembrano romanzati, ma altro non sono che appunti di viaggio. “La vita è un viaggio. Io scelgo di fare della mia una spedizione esplorativa. Se sei ancora vivo per mettere a posto gli appunti presi, la chiami avventura; se sei abbastanza sciocco da consegnarla ad un editore, la chiamano biografia”, questo il proclama di apertura di Young Wellington Pelton IV, passato alla storia dei viaggiatori-reporter con il meno pomposo nome di Robert Young Pelton. Il nome lascerebbe pensare all’ennesimo yankee borghese che, forte di una fine educazione e di una sostanziosa eredità, decide di girare il mondo con lo spirito di Jack Kerouac e di 'quelli che... la beat generation' e di raccontarlo con il rigore scientifico e la fedeltà alla realtà di Oriana Fallaci. Ma la verità è che Pelton deve il suo cognome al medico che fece nascere il suo trisnonno e ha una storia personale devastante. Vive i suoi primi dieci anni di vita a Victoria, in Canada, diviso tra un padre e una madre all’inizio giovani e appassionati sposini, ben presto trasformatisi in amanti e genitori violenti. A 17 anni e con 150 dollari comincia una vita fatta di viaggi: Robert Pelton compra per il suo compleanno una Rambler station wagon del 1962 e insieme al fratello comincia a girare lo stato della British Columbia. “Oggi (da adulto) se vivi in macchina sei un senza tetto; a 17 anni sei in vacanza”, scrive Pelton. I primi anni passano in viaggio nel Nord America e gli incontri sono quelli che ci si aspetta da un viaggio del genere e da un uomo che si descrive cinico e senza fronzoli. Bar sperduti tra le lande, prostitute che ti regalano lo sfogo con cinque euro e la felicità con venti nei bagni di locali fumosi dove uomini ubriachi giocano a biliardo e freccette. Ma anche agricoltori e allevatori accoglienti che lo hanno reclutato nella raccolta delle mele in cambio di qualche soldo, un pasto caldo e un posto dove dormire. Poi la svolta. Ad un certo punto si deve crescere. Senza un titolo di studio ma con la dote della parlantina e un bell’aspetto e stimolato da uno di quei test attitudinali che si trovano solo sui giornali americani, Pelton capisce i suoi skills e trova la sua strada: farà il pubblicitario. E come sogno americano obbliga partirà dal basso - facchino o giù di lì - per diventare un manager incravattato. Per un po’ riesce ad essere convenzionale. Poi forte, incontenibile, riesplode la voglia di viaggio. E stavolta è viaggio vero: anni passati tra i Talebani in Afghanistan fotografando e scrivendo ciò che vedeva, senza avere la certezza di poter conservare la vita per poterlo raccontare. E poi accanto ai ribelli nelle Filippine e spettatore attento nella crisi del Borneo. Luoghi esotici, danze e riti con tribù africane, persino un viaggio con i pirati nel mar di Sulu...
The adventurist è un viaggio, di quelli veri... di quelli che uno pensa “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Il libro è schizofrenico: Pelton racconta la sua vita saltando dai suoi viaggi alla sua infanzia senza soluzione di continuità. Se fosse un cortometraggio, sarebbe una storia piena di feed-back e salti in avanti talmente frequenti da confondere e da non far comprendere bene quale sia il filo del discorso. Ma la storia da seguire non è una sola. Anzi. E sono proprio le storie quelle che rimangono impresse. Avvertenza: si può leggere anche saltando in avanti e indietro e facendosi attrarre solo dal titolo del paragrafo: ognuno è un miniracconto a sé.