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Afferrare il sole

Afferrare il sole

Muniek Heller e Luisia Taft passeggiano ai margini della spiaggia. Arrivano ad una panchina davanti al mare e lui le propone di sedersi a riposare, aspettando gli altri del gruppo. Lei accetta volentieri con un sorriso che esprime sorpresa, gratitudine e sottomissione. L’ampia spiaggia, coperta dalla bruma, è addobbata da una serie di bandiere che sembrano danzare nel vento. È una giornata meravigliosa e i due se la godono restando seduti vicini, composti ed in silenzio. La sabbia arriva fino alla panchina penetrando nei minuscoli fori delle scarpe di Muniek e aderendo ai tacchi delle scarpe comode di Luisia. Lui è un cliente abituale di questo posto. Da quasi dodici anni viene ogni fine settimana, l’aria gli fa bene ai polmoni… Eliahu rientra a Gerusalemme poche ore prima del tramonto, ma non si è messo in contatto con Hila prima dello Shabbat. È affaccendato a togliere la polvere che in una settimana si è depositata nella sua stanza che si affaccia sulla valle. Il sole sta tramontando mentre lui sistema i cuscini, pulisce il lavandino e ringrazia in silenzio che i vasi di fiori non si siano seccati, lava i piatti e poi si concede una doccia. Esce dal bagno con i capelli bagnati e ben pettinati, sollevato per essersi tolto il peso della stanchezza di tutta la settimana di studio all’Istituto Tecnico di Tel Aviv…

Afferrare il sole è una raccolta di quattro racconti dell’israeliana Michal Govrin, scrittrice, poetessa e regista teatrale. Nata e cresciuta a Tel Aviv, ha completato lì i suoi studi universitari presso i dipartimenti di letteratura e teatro comparati. Nel 1976 ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università VIII di Parigi in studi teatrali e religiosi. Ha diretto opere teatrali in tutti i grandi teatri di Israele ed è stata una delle fondatrici del Teatro Ebraico Sperimentale. Lo stile di questi racconti è limpido, ritmico, preciso e realistico nello scavare sotto la superficie del quotidiano per trovare significati più grandi che rivelano le correnti sotterranee di ansia, memoria e speranza che scorrono sotto la normalità. La tradizione ebraica, la preghiera e lo Shabbat diventano fonti di interrogativi sul senso della fede e sul limite della conoscenza umana. La scrittura della Govrin nel descrivere i corpi, che per lei sono un luogo di memoria fisico dove la storia collettiva e l’esperienza privata si incontrano, è molto sensoriale. Infatti, descrive odori, temperature, la luce sulla pelle o la fatica dei passi e attraverso le sensazioni fisiche, trasmette stati d’animo complessi come la colpa o la ricerca della fede. Sebbene la Shoah non sia il tema centrale esplicito, essa irradia le vite dei personaggi come un sole lontano, influenzando profondamente il loro presente e la loro esperienza interiore. È proprio questo uno degli aspetti più potenti del suo stile, quello che non viene scritto. Govrin usa i silenzi tra i dialoghi per invitare il lettore a riempire gli spazi vuoti, a porsi domande insieme ai personaggi. Uno dei racconti più simbolici della raccolta è quello intitolato La Promenade, per la sua capacità di condensare i temi portanti dell’intera opera: la memoria, il corpo e l’ombra della storia. L’azione si svolge in una turistica e brillante città di mare, piena di gente e bon vivant, dove il mettersi in mostra dei ricchi e il chiacchiericcio della loro corte sembrano a volte esagerati. La protagonista Luisia Taft vive la propria fisicità menomata come un archivio di sensazioni e ricordi. Il corpo non è solo un involucro, ma il luogo dove si avvertono le scosse della storia e i traumi non del tutto sepolti, nel suo camminare, infatti, ogni passo sembra risuonare di un’eredità pesante, che la frena dal godere a pieno della compagnia e della promessa d’amore di Muniek. Per quanto riguarda Gli Shabbat di Eliahu, Govrin sposta l’attenzione sulla dimensione del tempo sacro. Il racconto descrive i preparativi e l’atmosfera dello Shabbat. Accendere le candele o apparecchiare la tavola diventa un modo per arginare l’oscurità del passato e trattenere il calore e la sacralità all’interno delle mura di casa, anche se il dubbio del protagonista è che le sue preghiere e quelle degli altri abitanti della città vaghino vane senza elevarsi. Il titolo Afferrare il sole (Lefi-sha’ah nell’originale ebraico) non è solo una bella immagine poetica, ma racchiude l’intera filosofia di Michal Govrin e non è certo la luce rassicurante delle cartoline. A differenza della penombra, che nasconde, il sole della terra d’Israele descritta da Govrin è implacabile. Espone le crepe nelle case, le rughe sui volti e le ferite dell’anima. Afferrare il sole significa accettare di guardare la realtà per quella che è, senza il filtro delle illusioni. È un atto di coraggio spirituale, smettere di nascondersi nell’ombra del passato per provare a stare nella luce del presente per quanto incerta o cruda che sia.