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Aggiustare l’universo

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Borgo di Dentro. Luglio 1945. È giovane la maestra Virgilia, ha poco più di vent’anni e l’hanno chiamata così per ricordare una zia defunta, una donna buona quasi quanto un angelo ma davvero brutta. Quel nome le è stato dato proprio perché tenga a mente che dalla vita non è che si possa sempre avere qualunque cosa. E lei lo sa molto bene. Nessuno la chiama con il nome completo, comunque. Per tutti è soltanto Gilla, anche per il direttore della scuola di Borgo di Dentro, dal quale è a colloquio in questo momento. Si tratta di uno stanzino piuttosto triste che ha in un angolo mobili inservibili e, appeso al muro, un calendario fermo all’aprile 1942, il ventesimo anno dell’era fascista. Gilla è stufa di quel paesotto e della soffitta in cui vive. Ha già le valigie pronte e vuole tornare a Genova. Lei appartiene a quella città, lì ha studiato e preso il diploma e lì i suoi genitori sono già tornati insieme ad altri sfollati. Cosa la trattiene ancora a quel luogo?, si chiede mentre il direttore sta continuando un discorso di cui Gilla coglie solo alcune parole ogni tanto. L’uomo parla di informazioni lusinghiere ricevute sul suo conto, di prove che la giovane ha superato brillantemente e del legame che ha saputo costruire con i bambini di Borgo di Dentro, che meritano che lei, come insegnante, porti a termine il suo compito. Gilla vuole tornare a Genova, è vero, ma finisce per firmare il foglio che il direttore poggia sul tavolo e spinge avanti, verso di lei. È la sua domanda di assunzione in servizio per l’anno scolastico 1945-1946. Quando, a fine agosto, il direttore incontra a scuola i sette maestri e le tredici maestre che hanno accettato l’incarico, la situazione non è il massimo: mancano pennini, pallottolieri, inchiostro, carta, compassi, goniometri e anche i sillabari. Ma che diavolo se ne facevano i tedeschi dei sillabari?

Riparare qualcosa che si è rotto o guastato è un lavoro meticoloso, che richiede impegno, precisione e tanta cura. E quando a rompersi sono i sogni e le speranze l’impegno richiesto è se possibile ancora maggiore. Questo lo sa bene Gilla, la protagonista del romanzo di Raffaella Romagnolo – autrice piemontese di nascita e genovese d’adozione – che ha affrontato il periodo della guerra, la Seconda guerra mondiale, mettendo a rischio la propria esistenza e continuando nonostante tutto a sperare in un futuro migliore. Se per lei quindi il passato è da dimenticare, lo stesso non può dirsi per la più fragile delle sue allieve, Francesca, che nel passato invece vorrebbe tornare subito, per riabbracciare gli affetti persi forse per sempre e ricominciare a vivere un tempo che le è sfuggito di mano, insieme alla speranza di poterlo respirare di nuovo e alla voce, che non vuole proprio saperne di uscire. E allora serve tutta la cura di Gilla per riparare quel cuore ferito, per aggiustare quei sogni infranti; serve la stessa attenzione che la giovane insegnante riserva a un vecchio planetario, che Gilla vuole a tutti i costi riparare. La vicenda che la Romagnolo racconta con estrema delicatezza, la stessa con cui Gilla si dedica a Francesca, è una storia di speranza, quella che si fa largo oltre il dolore, quella che supera l’orrore della guerra, delle leggi razziali, delle ingiustizie e della paura. Il silenzio della piccola alunna è lo stesso di chi vorrebbe che uno spaccato di Storia tanto tragico quanto brutale venisse dimenticato, ma la grazia con cui Gilla cerca di ridare voce al dolore della piccola è un grido capace di romperlo, il silenzio, e di alimentare la memoria. Una prosa intensa; una ricerca storica attenta a ogni dettaglio e precisissima; una vicenda che appassiona, indigna, intenerisce e accende la speranza che, forse, l’universo può ancora essere riparato, a piccoli passi, uno dopo l’altro.