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Al mare non importa

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Ogni giorno Massimo si sveglia e sa che dovrà montare sul furgone della sua azienda, dritto verso il refill delle macchinette automatiche. Senza infamia e senza lode. Un lavoro che non ha scelto ma che va bene così come è. In fondo gli consente di sopravvivere. Non è mai stato particolarmente ambizioso. Né sul lavoro né nella vita privata. O forse sì, un po’, un tempo. Le sue giornate rotolano e si accavallano passandogli sopra, senza che quasi se ne accorga, tra una pizza e una birra davanti a Netflix. Non che amici gli manchino per organizzare un diversivo, è che il suo divano gli sembra sicuramente la scelta migliore. Francesca è la sua botta di vita, quando il marito Giacomo è fuori per lavoro, almeno. Niente di più del sesso, crede. Né a lui né a lei importa altro, ma deve ammettere che si tratta di un sesso fantastico. Poi c’è Madre, solo lei. Si è fissata con i tarocchi e si è convinta che Massimo avrà un figlio. Dario, si chiamerà Dario…

Al mare non importa. È sempre lì, anche quando il tempo passa. Con le sue solite onde, per l’eternità. E non gli importa che tu stia sprecando il tuo tempo. Lui è lì. Ristoro silenzioso, senza giudizio, imperturbabile. Manuel Bova passa da brevi racconti e aneddoti, pubblicati su Facebook durante il lockdown, a un romanzo particolarmente profondo, nella sua essenza. Ci racconta il mare verso la fine del suo primo romanzo, nonostante se ne sia “appropriato” proprio per il titolo. Il mare, come contesto e come stato d’animo, emerge nel momento di massima riflessione di Massimo, il protagonista. Una riflessione che lo porta indietro, al suo passato, a come ha vissuto fino a quel momento. Probabilmente sprecando anche quello stesso istante, pur di non prendere una posizione. I capitoli scritti da Bova sono brevissimi, spesso costituiti da un’unica riga, altrettanto densa quanto decine di pagine. Uno stile leggero, che si fa leggere nella sua complessità intrinseca, che coincide con quella dell’animo umano. Contraddittorio, indeciso, a tratti decadente, efficacemente rappresentato nel protagonista. Massimo è annoiato dalla vita, prima di tutto da quella sua. Sembra non avere stimoli e sembra aver sempre subìto l’avanzare del tempo e le situazioni. Questo finché non si ritrova obbligato ad agire, prima che fisicamente, nel suo interiore. Sorrido mentre leggo il romanzo, riconoscendomi in alcuni passaggi e in altrettante turbe del povero Massimo. Una leggerezza “impegnata” che ci conduce, curiosi, fino alla fine. Che poi, più che una fine, è proprio l’inizio.