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Albeggerà al tramonto

Albeggerà al tramonto

A Fratti, nel piccolo quartiere di Corvina, la vita sembra non essere trascorsa per nulla. Eppure i cambiamenti ci sono stati. Nella sala del vecchio bar, oggi rimodernato e chiamato “New Age”, sono scomparsi i ritratti di anarchici e rivoluzionari russi, di Che Guevara, di Pertini, della Resistenza, sostituiti sulle pareti dal poster della squadra di calcio locale, da quella o da quell’altra pubblicità: eppure loro sono sempre gli stessi, con qualche anno in più, ma sempre gli stessi vecchietti arzilli. Ercole, Nardi, Moira, Achille, Catozzo, continuano a vedersi lì, anche se non è più la sede del Partito, anzi si può dire che il Partito non esiste più, quell’organizzazione che da Partito Comunista è diventata DS, poi PD, poi PdG, Partito della Gioia. E sono lì proprio in quel momento perché serve dare una risposta all’ennesima legge inconcepibile, quella che prevede un’ora di volontariato sociale per tutti i pensionati sotto gli 80 anni. Molti pensano che in fondo un’ora di lavoro socialmente utile al giorno non fa male, anzi, potrebbe aiutarli a non dare troppo peso agli anni che passano, potrebbe servire a sbarcare il lunario. Ma la maggior parte ritiene proprio che no, non è il caso di non godersi più quel briciolo di libertà e di giustizia che deriva dalla pensione, non è giusto lasciarsi soggiogare con l’ennesima imposizione dall’alto. È il momento di far sentire il potere del popolo: Fatinculé!...

Dietro l’autore fittizio Marco Trionfale si cela un collettivo composto da tre amici, Franco Costantini, Leonardo Fedriga e Mirta Contessi, che si sono presi la briga di costruire un romanzo distopico che assume e propone una attualissima riflessione sociale, e nostalgica, sul senso della democrazia e della partecipazione. Gli anziani personaggi della storia ripercorrono, fra mille acciacchi e immutate speranze, la gloria dei tempi che furono e riescono, non senza qualche tinta onirica e grottesca, a ricostruire il senso della società, fatta di lunghe discussioni, piccole baruffe, capacità di organizzarsi. Si tratta di una lezione importante in un momento storico, come quello che stiamo vivendo, privo del senso di appartenenza e schiavo di una società fast food, in cui tutti operano ed agiscono per scopi individuali. Il romanzo riflette perciò il senso stesso di collettivo, di aggregazione, di punto di incontro; mostra come le singole storie trovano compimento in un orizzonte più ampio che è quello della vita in comunità, della comunità di intenti e di decisioni. Il grido condiviso di battaglia, il fatinculé, è uno slogan di un improbabile romagnolo di campagna, che riassume la forza d’urto di una generazione che si oppone, come la vecchia Stalingrado, all’avanzata della retroguardia dispotica zarista: è uno scontro fra due mondi, quello autoritaristico dello Stato e quello democratico del popolo. L’ambientazione per questo non poteva non essere nella culla realistica, anche se immaginaria, della Romagna che ha dato vita alle discussioni da bar che sono diventate senso di appartenenza. Forse la narrazione risulta troppo sfilacciata e slegata rispetto al numero di personaggi messi in campo, di cui si tracciano soprattutto storie e profili, ma quasi sempre come narrazioni individuali: è nel flusso comune della storia che però assumono valore e significato i vissuti dei singoli protagonisti. Una lezione di storia democratica di cui oggi c’è bisogno di fronte al disgregarsi dei valori rappresentati dai grandi partiti del popolo nati e morti nel ‘900.