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Albert e la balena

Albert e la balena

Rotterdam. Alla fine del molo c’è un vecchio edificio con due torri e una cupola di rame ossidato, un tempo era la sede di una ditta che permetteva a migliaia di persone di partire oltreoceano. Una notte del 1940 la città ha subito un bombardamento di quindici minuti, millecinquecento bombe. Nascere in quel luogo e crescere con i ricordi di chi ha vissuto quella notte non è facile: “La gente se ne andava da qui di continuo alla ricerca di altre identità, come se noi che qui restavamo non ne avessimo una. Nessun porto è casa. Nessuno è davvero libero”. Aleggia una continua sensazione di costruzione e ricostruzione, un continuo andare venire. Cinquecento anni fa Albrecht Dürer, il più famoso artista a nord dell’Italia, rimasto senza mecenate e in crisi economica, ha deciso di intraprendere un viaggio con la famiglia per raggiungere i Paesi Bassi. Parte il 12 luglio 1520. L’obiettivo è raggiungere Carlo, erede dell’imperatore Massimiliano, durante le celebrazioni per l’incoronazione e chiedere un vitalizio. Il resoconto e le note spese del viaggio sono custodite in un dettagliato diario tenuto da Dürer, di cui nel 1913 Bloomsbury Roger Fry cura la pubblicazione, sdegnato dalla noia nel leggere la banalità dello scritto. La vita domestica ha rovinato l’artista creatore di chimere? Durante l’estate, mentre è in viaggio, Dürer vende le sue opere e acquista oggetti vari, come in cerca di nuove sensazioni, nel frattempo viene accolto con entusiasmo ovunque e osserva ogni cosa in cerca di stimoli nuovi. Ad Anversa, presso il palazzo comunale, ammira “le ossa del gigante” (in realtà ossa di balena, in molte città europee sono custodite queste reliquie) e ne è affascinato, lo stesso accade a Bruxelles. Dürer conosce le balene attraverso gli scritti di Alberto Magno di Colonia, monaco scienziato del tredicesimo secolo. Appreso che a Zierikzee, in Zelanda (parte sud occidentale della regione), è rimasta spiaggiata una balena lunga più di cento braccia, il desiderio di vederla è troppo forte. Un’occasione come quella può cambiargli la vita, più di una pensione imperiale. Nel mondo medievale si credeva che la balena fosse la dimostrazione di quanto potesse essere ambiguo il diavolo e cercare quei mostri pare pericoloso...

Albrecht Dürer (Norimberga 1471-1528) è stato un pittore, incisore e matematico, appassionato di studi scientifici e viaggi, considerato uno degli esponenti più rilevanti dell’arte rinascimentale tedesca. Ha approfondito i suoi studi e esteso la sua esperienza artistica durante i soggiorni in Italia e nei Paesi Bassi, la sua determinazione viene messa bene in mostra nel celebre autoritratto del 1500. Pittore di corte per l’imperatore Massimiliano I e in seguito per Carlo V, le sue opere sono state acquistate ovunque. Il suo immaginario, i suoi animali dalle pose originali, la ricchezza di dettagli delle sue creazioni hanno influenzato nei secoli artisti e critici. “Poco dopo la morte di Cristo, Plinio spiegò che in mare c’erano le balene perché il mare era enorme, e disposto a ricevere dal cielo il seme e le cause della stessa vita generativa”, partendo da un viaggio compiuto da Dürer per raggiungere una balena, Philip Hoare, scrittore, docente (è professore associato alla Southampton University), autore e regista di cortometraggi per la BBC, descrive le sue opere più note e le personalità che nelle varie epoche hanno subito il suo fascino. Con riferimento alle idee del critico d’arte John Ruskin e dello storico Erwin Panofsky, ma non solo, Hoare traccia dei collegamenti che favoriscono la comprensione dell’uomo attraverso la sua arte. Il risultato è una lettura intensa, che però si allontana più volte dal punto di partenza, lasciando Dürer sullo sfondo, quasi un pretesto (o un’ombra) per parlare d’altro. Innumerevoli gli argomenti trattati scorrendo le pagine: si parte dalle balene e si arriva alla seconda guerra mondiale, si devia sulla produzione dei pigmenti, fino agli elementi biografici personali dell’autore e di un suo intervento chirurgico, che occupa la seconda metà del libro. Particolarmente ampi e interessanti i capitoli dedicati alla poetessa Marianne Moore e a Thomas Mann, quasi due mini biografie. Il mare è certamente un filo conduttore che lega in qualche modo le vite di tutti loro e li lega allo stesso Hoare, come ricordano le precedenti pubblicazioni Il mare dentro e Leviatano, quest’ultimo in particolare gli è valso il Samuel Johnson Prize per la saggistica. Lo stile è colto e ricercato, suggestivo e iperbolico e il testo è ricco di immagini che riproducono le opere di Dürer, mentre per l’approfondimento bibliografico è consigliato il sito ufficiale dell’autore.